Il De André degli anni Sessanta

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Genova fu la culla dove si affermò, all’inizio dei Sessanta, la nuova canzone d’autore: Fabrizio De André e i genovesi.

Uno dei protagonisti fu Nanni Ricordi, tra i fondatori dell’omonima casa discografica, che permise l’affermazione di alcuni talenti. Tra questi i cosiddetti genovesi, che non erano una scuola ma respiravano un clima comune, fondato sull’anticonformismo e una visione dolente del vivere.

Fu in questa situazione che emersero Paoli e Tenco, Endrigo (che però nulla ebbe a che fare con Genova), Lauzi e Bindi. Tutti giovani imbevuti di esistenzialismo, jazz, rock, canzone francese, che proseguirono sulla strada aperta da Modugno, non soltanto con un linguaggio quotidiano, attraverso cui esprimevano l’altra faccia del boom economico, un’amarezza che intercettava i gusti di tanti, anche con un’interpretazione vera e sporca. A questa rivoluzione contribuiva il dilettantismo (sofisticato) di questi cantautori (faceva eccezione Bindi), una sfacciataggine giovanile che aggrediva le norme codificate.

In questo contesto viene fuori Fabrizio De André. Che però si distacca dai genovesi, non solo perché le sue prime canzoni si fondano di più sulla scrittura ed esprimono una visione più generale del mondo, anche per il fatto che stanno alla base di un percorso autonomo che porta ai capolavori della maturità quando per gli altri i primi gioielli non sono il preludio di un’evoluzione netta.

Il punto di riferimento del primo De André

Tra i punti di riferimento dei nuovi cantautori spiccava Brassens. Che però contava soprattutto per il giovane De André, che riviveva in modo personale i suoi temi e il suo stile. Era come se il suo pensiero ancora disordinato Fabrizio lo ritrovasse ordinato nelle canzoni del cantastorie d’Oltralpe.

Questo legame privilegiato permise a Faber di anticipare Bob Dylan su tematiche come l’antimilitarismo.

La ballata dell’eroe è il primo episodio contro la guerra. Memorabile l’armonica, lenta e malinconica. Un pezzo che colpisce proprio per il tema: infatti siamo nel 1961, quando la spensieratezza ancora domina nelle canzoni del pianeta. Nel finale si coglie la distanza tra l’enormità della morte e la ridicolezza di una medaglia alla memoria. Infine la malinconia di lei che aspettava il ritorno dell’uomo rende questo anche uno stupendo brano d’amore.

Il rispetto di De André per l’uomo

Fu dalla concezione anarchica e dall’anticonformismo che nacquero i primi singoli di De André, in parte raccolti (con inediti) in Volume 1 e Volume 3.

La ballata del Miche’ è del 1961.

Domani alle tre

nella fossa comune cadrà

senza il prete e la Messa

perché di un suicida non hanno pietà.

Una bellissima canzone, dove si esalta tutto il rispetto di De André per l’uomo, e tutto il suo spregio per le norme e le convenzioni. Il cantautore genovese pianta fin dalla giovinezza le radici ideologiche del suo canzoniere, popolato da suicidi, assassini e derelitti di ogni tipo.

Leggi anche Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De André.

Tra i personaggi del primo De André c’è la celebre Bocca di rosa, che l’amore «lo faceva per passione». Ma c’è anche chi lo faceva per professione, come il travestito di Via del Campo, il cui testo è tra i più intensi del canzoniere.

L’individualismo portava il cantautore ligure, lo abbiamo visto per La ballata dell’eroe, al rifiuto incondizionato della guerra, come nella famosa Guerra di Piero (costruita su una tarantella), dove il protagonista si distingue da chi lo uccide soltanto per il colore della divisa.

In più una forte ansia di giustizia fece concepire a De André canzoni di religiosità non ufficiale: Si chiamava Gesù e Preghiera in gennaio, ispirata al suicidio di Luigi Tenco:

Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte

ai suicidi dirà baciandoli alla fronte

«Venite in Paradiso là dove vado anch’io

perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio».

La Genova di Fabrizio De André
I caruggi di Genova hanno ispirato a Fabrizio De André alcune delle sue canzoni più celebri. Ma soprattutto hanno messo De André a contatto con quel mondo di ultimi che, al di là dei pochi riferimenti diretti alla sua città, è il vero cardine tematico del canzoniere.
Foto di Marco Bianchetti su Unsplash.

Traduzioni da Brassens

Nel primo De André troviamo anche traduzioni da Brassens, per esempio la splendida Marcia nuziale, i cui protagonisti, che si sposano con un figlio già grande dopo un lungo fidanzamento, si imbattono nel maltempo ma riescono, nonostante la cattiva sorte, a mandare avanti l’umile festa. Una canzone il cui motivo di fondo, la tranquillità d’animo che nasce dalle lacrime, il raccogliersi in sé che si oppone alle avversità, verrà potentemente sviluppato in Anime salve.

Poi, tra le altre, Il gorilla, che mostra l’altro Brassens, quello più provocatorio; un brano esemplare per l’equilibrio tra profondità e carattere popolare. Sembra avere tutti i tratti di una storiella. L’animale fugge dalla gabbia. La folla si dilegua. Allora lo scimmione punta l’attenzione su due ritardatari, una vecchia e un giudice, al fine di consumare il suo primo rapporto sessuale. Ma l’ultima strofa, che pare buttata lì per caso come se se ne potesse fare a meno senza danno, dà alla canzone tutto il peso:

Dirò soltanto che sul più bello

dello spiacevole e cupo dramma

piangeva il giudice come un vitello,

negli intervalli gridava «Mamma».

Gridava «Mamma» come quel tale

cui il giorno prima come ad un pollo

con una sentenza un po’ originale

aveva fatto tagliare il collo.

Attenti al gorilla!

Dove quell’«Attenti al gorilla!» finale mette in guardia dal male fatto che ci si ritorce contro.

Uno dei tanti pezzi contro il potere e la sua pretesa di giudicare.

Parole e musica

Nel complesso, in queste prime cose di De André, sono da sottolineare su un piano generale due aspetti, costanti in tutto il percorso, in stretto rapporto tra loro: la priorità del testo poetico sul piano dell’importanza e la priorità della musica a livello di ordine di scrittura. Una caratteristica, quest’ultima, che dipendeva dalla maggiore duttilità delle parole, secondo quanto detto da De André stesso. Ma anche dal fatto che il cantautore ligure, aspirando a una canzone che fosse compiutamente tale, compensava anche così il suo essere più poeta che musicista.

Goliardia e autorevolezza culturale di De André

Per Fabrizio l’immersione nel mondo non era mai piena. Tuttavia il primo De André vi era più aderente, lo viveva in modo più spontaneo e poteva arrivare a esiti sfacciatamente goliardici, come quelli venuti fuori dall’occasionale collaborazione con Villaggio (Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers e Il fannullone). Un altro aspetto è la tendenza (che comunque si mantiene entro i confini della sobrietà) a nobilitare il suo essere contro, il punto di vista sorprendente che coglie la faccia nascosta delle cose, anche attraverso la citazione e l’autorevolezza culturale.

Tutti morimmo a stento

A poco più di un anno dal Sgt. Pepper dei Beatles, il primo album concettuale di massa, tra Volume 1 e Volume 3 De André pubblicò, con l’arrangiamento di Giampiero Reverberi, il barocco Tutti morimmo a stento.

Il disco era un ponte tra le prime canzoni e La buona novella, distaccandosi da quelle con brani concepiti dentro un discorso unitario, sottolineato dagli intermezzi.

Il tema è la morte, da quella morale a quella fisica. E ha un caposaldo nella canzone, La ballata degli impiccati, di cui il primo verso dà il titolo all’opera.

I personaggi cupi del disco (impiccati, drogati, banchieri, giudici ecc.) si muovono in un inferno dantesco:

Uomini senza fallo, semidei

che vivete in castelli inargentati

che di gloria toccaste gli apogei

noi che invochiam pietà siamo i drogati.

Dell’inumano varcando il confine

conoscemmo anzitempo la carogna

che ad ogni ambito sogno mette fine:

che la pietà non vi sia di vergogna.

Banchieri, pizzicagnoli, notai

coi ventri obesi e le mani sudate

coi cuori a forma di salvadanai

noi che invochiam pietà fummo traviate.

Navigammo su fragili vascelli

per affrontar del mondo la burrasca

ed avevamo gli occhi troppo belli:

che la pietà non vi rimanga in tasca.

Un inferno di cui però viene indicata la via d’uscita, la pietà (la ricerca della salvezza caratterizza tutta l’opera di Fabrizio De André), con il Corale conclusivo.

Leggi anche Anime salve e la spiritualità di De André.

Tutti morimmo a stento di Fabrizio De André
Il primo album concettuale di Fabrizio.

De André e la Francia

Si è detto dell’ascendente di Brassens sul primo De André. Ma era la cultura francese in genere a premere sugli esordi di Faber, a cominciare da Baudelaire e dagli altri grandi poeti dell’Ottocento.

Era questa influenza letteraria, oltre a quella di Brassens, a indirizzare Fabrizio verso una canzone fortemente impostata sulla parola (che però è compiuta parola di canzone, dà carattere di necessità alla musica esigendo l’eco di un accompagnamento). Da qui il canto deandreiano, fondato sulla scansione delle sillabe, sulla recita cantata.

Per quanto riguarda la tradizione remota della poesia francese, Faber guardava in modo privilegiato a Villon, al problema senza tempo della sopraffazione dell’individuo sull’individuo, che come il poeta francese De André, rigoroso uomo d’élite, osservava dall’angolazione delle minoranze, che oppongono la singolarità al Pensiero unico che tenta di fagocitare le coscienze.

Il successo di De André

Con Tutti morimmo a stento e Volume 3, accompagnati da vari 45 giri, il successo di nicchia di Faber si espanse. A far presa era la sensazione di novità. Colpivano questi versi lontani dal cliché delle canzoni italiane, comprese quelle dei genovesi. I temi trattati attiravano gli studenti, che erano buona parte del suo pubblico.

In più De André era avvolto dal mistero. Rifiutava la televisione, non presentava le canzoni in concerto (rinunciò a una tournée con Mina). Ma quello che poteva sembrare un punto debole si capovolgeva in forza contribuendo al suo fascino maudit.

Il pescatore

Venne alla spiaggia un assassino

due occhi grandi da bambino

due occhi enormi di paura

eran gli specchi d’un avventura.

E chiese al vecchio: «Dammi il pane

ho poco tempo e troppa fame»

e chiese al vecchio: «Dammi il vino

ho sete e sono un assassino».

Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno

non si guardò neppure intorno

ma versò il vino, spezzò il pane

per chi diceva «ho sete e ho fame».

De André pubblicò Il pescatore il 1° gennaio del 1970 in 45 giri, insieme a Marcia nuziale.

L’essenzialità delle chitarre e delle frasi musicali fischiate contrasta con il successivo arrangiamento live della Pfm (entrambi bellissimi) ed evoca splendidamente l’atmosfera della storia, che sembra fuori dal tempo.

Una ballata tipica del primo De André: vi ritroviamo la realtà popolare, di cui però le figure vengono schematizzate; la genovesità, rappresentata dal paesaggio marino; una sorta di religiosità primitiva, con i simboli evangelici del vino e del pane; e naturalmente la solidarietà nei confronti degli ultimi (qui l’assassino). La primitività del rapporto tra il pescatore e l’assassino ricorda quello reale tra Fabrizio e i suoi sequestratori.

Il pescatore è il suggello di questa prima fase, piena di suicidi, impiccati, drogati, travestiti, puttane, «pericoli» della società, che vi vede la destabilizzazione dell’ordine. De André, uomo fuori del gregge, propone il punto di vista minoritario. Ma va detto che Fabrizio, se individua spesso nella maggioranza il potere, è al potere, che può essere quello della minoranza, che si oppone.