Luigi Tenco. Le canzoni e la morte

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Quel 29 gennaio, a Ricaldone, era un giorno freddo. La nebbia velava tutto. Il gelo penetrava le ossa. Erano in molti a seguire il feretro di Luigi Tenco.

Era un giorno triste, di quelli che non dimentichi. Era inverno, fuori e dentro il cuore.

Al ritorno da Ricaldone, quel 29 gennaio, Fabrizio De André concepì Preghiera in gennaio,

Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte

ai suicidi dirà baciandoli alla fronte

«Venite in Paradiso là dove vado anch’io

perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio».

La morte di Luigi Tenco, avvenuta durante i giorni del Festival alla 219 dell’hotel Savoy di Sanremo, per un colpo di pistola alla tempia, nella notte tra il 26 e il 27 gennaio del ’67, fu rapidamente archiviata come suicidio. Questa versione ha convinto molti amici e colleghi. Ma le lacune presenti nelle indagini hanno alimentato nel tempo più di un dubbio. Nel dicembre del 2005 la Procura di Sanremo ha riaperto il caso, disponendo l’esumazione del cadavere. In seguito all’autopsia, è stata confermata l’ipotesi del suicidio.

Nelle ore che anticiparono i fatti, Luigi Tenco fu per l’ultima volta sul palco. I suoi occhi ad alcuni parvero assenti, proiettati chissà dove; cantò Ciao amore, ciao, eliminata.

La morte di Luigi brucia ancora.

Luigi Tenco
Luigi al Festival di Sanremo del ’67, nelle ultime ore della sua vita.

Le canzoni di Luigi Tenco

Alcune canzoni di Luigi Tenco sono perle della musica italiana, con il loro dubbio esistenziale, con quella malinconia francese. Storie d’amore scabre, vere. Un linguaggio quotidiano, disadorno. Tentativi a volte ingenui ma importanti di impegno sociale. E soprattutto, nelle cose migliori, il brivido della vita.

Lontano lontano, Vedrai vedrai, Mi sono innamorato di te, Angela sono tra le sue cose più belle.

L’importanza di Luigi Tenco è principalmente l’aver mostrato alla canzone italiana una strada diversa, moderna. Una strada che era lontana da quella della canzonetta, dalle storie d’amore banali e sdolcinate. Luigi stava di lato anche rispetto a molti dei genovesi.

L’antologia Tenco del 2002 raccoglie la sua produzione.

Lanotte e Peroni, parlando di Luigi Tenco, mettono l’accento sulla sua «maniera di scrivere così scoperta, nuda, fuori da un rassicurante e consolidato codice espressivo. Tenco si è raccontato anche nei risvolti più inconfessabili, con coraggio. La sua poesia non stava nelle parole ma prima, a monte, in quello che era disposto a dire, a mettere sul piatto».