I soliti ignoti e la commedia all’italiana

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I soliti ignoti, film del ’58 di Mario Monicelli, è il punto d’inizio della commedia all’italiana. O almeno è preso solitamente come inizio di quella grande stagione cinematografica. Una stagione ammirata da tutto il mondo. Dalla fine degli anni Cinquanta alla metà dei Settanta, in effetti la commedia all’italiana si è distinta per la sua peculiarità. Che consiste nell’incontro di commedia e neorealismo.

Il neorealismo aveva rappresentato, dalla metà degli anni Quaranta, una grande ondata di modernità. Per le ambientazioni povere, il dialetto, l’indagine sociale, la denuncia politica, gli attori non professionisti, la regia senza fronzoli, le scene all’aperto, la desolazione di un’Italia provata dalla guerra. Quella stagione era stata una delle avventure più esaltanti del cinema di ogni latitudine. E aveva prodotto capolavori come Roma città aperta di Roberto Rossellini, La terra trema di Luchino Visconti, Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, tanto per citare alcuni dei titoli più prestigiosi. Ma quella stagione irripetibile era conclusa. La commedia all’italiana la prolungava intrecciandola con la comicità. Allo stesso tempo rinnovava la comicità, che perdeva la sua funzione esclusiva di far ridere e diventava un lasciapassare dei drammi quotidiani.

I soliti ignoti è dunque preso come linea di confine. È considerato il film che dà inizio alla commedia all’italiana. Naturalmente le cose non sono così nette. Già negli anni precedenti c’erano stati degli indizi. Per esempio, di Steno e dello stesso Monicelli, Guardie e ladri del ’51, dove Totò e Aldo Fabrizi non erano solo maschere. I due erano anche personaggi, e il film non si limitava a strapparci un sorriso. Oppure L’onorevole Angelina di Luigi Zampa del ’47, con una grande Anna Magnani. E altro ancora.

Ma fu con I soliti ignoti che la commedia all’italiana arrivò a definizione.

Mario Monicelli e la scelta degli attori

La critica non fu pronta ad accogliere la novità. Per esempio ci fu chi parlò di un Vittorio Gassman fuori posto. Gassman veniva dal teatro impegnato e da ruoli cinematografici diversi. Vederlo in una commedia disorientò. Invece il grande attore genovese fu decisivo nell’interpretazione di Peppe, uno dei soliti ignoti che tentano goffamente il furto al monte dei pegni. Gassman si trovò a suo agio in questo genere a tal punto che ne sarebbe diventato uno dei protagonisti, interpretando tra l’altro, nel ’62, Bruno Cortona, uno dei suoi personaggi più celebri, nel Sorpasso di Dino Risi. Mario Monicelli non aveva bisogno di maschere, ma di attori che sapessero cavare da quelle storie anche gli aspetti tragici.

Tra le altre cose, nel ’68, con La ragazza con la pistola, il grande regista avrebbe reinventato anche Monica Vitti, che veniva dai capolavori dell’alienazione di Michelangelo Antonioni. Dopo La ragazza con la pistola, la Vitti sarebbe diventata, con la sua biondezza iconica e con la sua affascinante voce roca, un caposaldo della commedia all’italiana, recitando in film di successo e formando con Alberto Sordi una delle coppie più applaudite.

Mario Monicelli era bravissimo nella scelta degli attori, e I soliti ignoti lo dimostrò. Il film infatti molto deve ai suoi interpreti. Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Tiberio Murgia, Carlo Pisacane, oltre a Vittorio Gassman. E poi Totò, la cui bravura era stata già valorizzata da Monicelli in Guardie e ladri. Nei Soliti ignoti Totò indossò i panni di un ex scassinatore, che ormai si limitava a dare consigli ai più giovani. Monicelli impiegò anche due giovanissime attrici, Carla Gravina e una certa Claudia Cardinale.

La bellezza singolare di Claudia Cardinale. La sua piccola parte nei Soliti ignoti diede il via alla sua straordinaria carriera.

I soliti ignoti, il film che inventò la commedia all’italiana

La storia raccontata dal film non era nuova. Ma in corso d’opera la pellicola, che in principio sarebbe dovuta essere comicità pura, si arricchì dei colpi di genio di Monicelli.

I ladri che dopo varie peripezie sfondano la parete sbagliata della casa e non arrivano al monte dei pegni ma in cucina, dovendosi così accontentare della pasta e ceci trovata lì, sono dei disperati. In bilico tra l’incapacità di adeguarsi alla società e il nuovo mito della ricchezza facile, proposto da quella stessa società, quella del boom.

Le ambientazioni sono povere. La Roma dei Soliti ignoti non è quella del miracolo economico. È quasi una Roma alla Pier Paolo Pasolini, con le sue periferie e con le sue disperazioni. Nulla fa pensare al boom e alla modernità. Che però sono lì, a due passi. Monicelli porta sullo schermo un mondo arcaico sfiorato dalla modernità, un mondo fatto di stenti e di sogni di ricchezza, di delinquenza e di malinconie. Il benessere e i nuovi miti passano accanto, ma non entrano in quel mondo. La Roma monicelliana porta a galla le discrepanze sociali e le disperazioni quotidiane. Le emarginazioni e i destini irrevocabili.

Tutto questo, nei Soliti ignoti, alza la commedia a commedia all’italiana. Si aggiunga il neorealismo puro di certe scene, il ripudio del lieto fine, la metropoli scelta come ambientazione al posto del paesello o della campagna tipici della commedia tradizionale.

Con I soliti ignoti Mario Monicelli fa pensare, indaga, ha uno sguardo di compassione verso gli esclusi, tira fuori malinconie da quegli scorci dimenticati di Roma. E ci fa anche divertire. Insomma inventa la commedia all’italiana. Quella che ci invidia il mondo.