Quattro film di Anna Magnani

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Anna Magnani lasciava sempre un’impronta profonda sui film. Dava vita e forza ai suoi personaggi, contribuendo in modo decisivo alla loro definizione.

Forte e fragile, generosa e ribelle, Anna Magnani era molto più donna che attrice. Ed era proprio la sua mancanza di divismo a renderla diva. Il suo mito nasceva da un paradosso, dal non essere di casa nel mondo del cinema e dei suoi riti. Le leggende raccontano che negli hotel di lusso si facesse portare in camera panini al prosciutto, e che nelle feste di gala cantasse in romanesco. La Magnani era l’antidiva. La Magnani, proprio per questo, era la diva. Una spanna sopra tutte. Dava ai film più vita che maniera.

La gavetta fu dura, e non fu breve, sui palchi scricchiolanti dei teatri periferici. Disse Anna: «Come si fa a descrivere, parola per parola, i colori, gli odori dei ricordi, il teatro vuoto dopo lo spettacolo, il panino mandato giù in fretta e furia, l’odore del sudore nei camerini di provincia […]?» Ma come ogni gavetta quegli anni furono ricchi di fascino e di sapori. Proprio nei teatri Anna Magnani acquisì l’esperienza che l’avrebbe resa immortale nei film. E proprio nei teatri, negli anni della rivista, trovò un compagno perfetto in Totò. I due erano uniti dal talento straripante, dalla capacità d’improvvisazione, dalle loro storie dure.

Ma la gloria di Anna Magnani è affidata innanzitutto ai suoi numerosi film, tra cui questi quattro.

Roma città aperta, il film che consacrò Anna Magnani

Quando Roma città aperta, diretto da Roberto Rossellini, uscì nel 1945, fu chiaro a tutti cos’era il cinema della verità. Questo film sarebbe restato tra i punti più alti del neorealismo. Per le memorabili sequenze all’aperto, in una Roma desolata, provata dall’occupazione nazista. La crudezza delle scene. Per la storia contemporanea eletta a protagonista del film. Per la povertà di mezzi con cui l’opera venne girata.

Il film raccontava la resistenza romana contro i nazisti, attraverso figure eroiche. La desolazione. Le strade colme di paura. La distruzione. In questa verità fatta di disperazione e di morte, s’imponeva la recitazione di Anna Magnani. L’attrice romana qui era ai vertici della sua leggenda. E la sequenza della morte del suo personaggio, Pina, che cade a terra mitragliata dai tedeschi mentre rincorre il suo uomo, portato via su un camion, è una delle più famose del cinema mondiale. Anna Magnani non recitava, ma viveva dentro quei panni. Sarebbe stata sufficiente questa pellicola a garantirle l’immortalità.

Prima diva del cinema italiano, la Magnani fu consacrata proprio da Roma città aperta. Per la sua interpretazione vinse il Nastro d’argento, il primo degli innumerevoli riconoscimenti della sua carriera.

Anna Magnani nel film Roma città aperta
Anna Magnani in Roma città aperta, il film che le diede la celebrità.

L’onorevole Angelina

L’onorevole Angelina uscì nel 1947, per la regia di Luigi Zampa.

Il film racconta di una popolana, Angelina, interpretata da Anna Magnani, che nella periferia romana si mette a capo dei poveracci della sua borgata, privi di tutto, che vivono in abitazioni squallide, a rischio inondazione. La battagliera Angelina riesce a ottenere varie cose, a cominciare dalla distribuzione della pasta. Dopo che l’alluvione ha reso inabitabili quelle catapecchie, Angelina guida la sua gente all’occupazione di fabbricati nuovi. Le donne della borgata la spingono verso la politica. Dopo varie peripezie, Angelina viene arrestata. Tornata libera, lascia perdere la politica per dedicarsi alla famiglia.

La recitazione di Anna Magnani in questo film è stata osannata da tutti. L’attrice romana vinse la Coppa Volpi a Venezia e il secondo Nastro d’argento. Il personaggio di Pina era perfetto per le caratteristiche della Magnani e per la sua propensione alla ribellione. Per certo una delle interpretazioni che hanno contribuito al suo mito indiscusso.

L’onorevole Angelina si inquadrava nel neorealismo. Indimenticabili i sapori della povertà, della lotta quotidiana, delle borgate romane, delle abitazioni fatiscenti, restituiti con grande verità. Ma era un neorealismo che faceva l’occhiolino alla commedia. Qualche anno più tardi, l’intreccio di neorealismo e leggerezza sarebbe stato chiamato commedia all’italiana.

Questo è uno dei film che hanno fatto della Magnani un genuino rappresentante della romanità cinematografica, sul livello di Aldo Fabrizi e di Alberto Sordi.

Anna Magnani
Anna Magnani nella street art, rappresentata sulle scale del mercato Trionfale di Roma.
Foto di Gabriella Clare Marino su Unsplash.

La rosa tatuata, il film con cui Anna Magnani vinse l’Oscar

La rosa tatuata del 1955, diretto da Daniel Mann, fu la consacrazione internazionale di Anna Magnani. Senza nulla togliere alla regia, alla sceneggiatura, agli altri attori, tra cui Burt Lancaster, va detto che fu innanzitutto un’appassionata Anna Magnani a fare il film, dando vita, con il suo carisma, al personaggio di Serafina Delle Rose.

Serafina è una siciliana che vive in Florida con suo marito Rosario, camionista implicato nel traffico di droga, che tradisce la moglie. Dopo la morte di Rosario, causata da un incidente, la fedeltà al marito defunto è messa a dura prova dalla scoperta dei traffici loschi di lui e dei suoi tradimenti. Un altro camionista, Alvaro, entra poi nella vita di Serafina.

La Magnani per la sua interpretazione ardente ottenne l’Oscar, il primo dato a un’attrice italiana, il Golden Globe, il Premio Bafta, e divenne l’emblema del mito e del talento.

Mamma Roma

Se dici Pier Paolo Pasolini pensi a Roma. Se dici Anna Magnani pensi a Roma. E un film di Pier Paolo Pasolini con protagonista Anna Magnani non poteva non traboccare di romanità.

Con Mamma Roma, del 1962, torna la Roma pasoliniana. Tornano le periferie e le vite perse. I derelitti resi invisibili dalla società borghese.

Ma uno di questi derelitti, la protagonista del film, chiamata Mamma Roma (la Magnani), corre dietro proprio ai miti borghesi. Dopo una vita di emarginazione e di prostituzione, usa i suoi risparmi per cambiare casa e per mettere su un banco al mercato. Soprattutto si va a riprendere il figlio, Ettore, cresciuto a Guidonia in una famiglia contadina. Sogna per lui un futuro rispettabile: un lavoro, buone compagnie. Si adopera in ogni modo in questo senso. Ma il ragazzo è sradicato dal suo ambiente, è forzato in una condizione che non gli appartiene.

Il finale è tragico. Mamma Roma torna a fare la vita, ricattata dal suo ex sfruttatore, e suo figlio, preda di cattive compagnie, muore legato a un letto di contenzione, dopo essere stato arrestato per un furto. Il progresso sociale tanto ambito dalla donna si capovolge in disperazione e lacrime.

L’errore di Mamma Roma è proprio questo: cercare il riscatto inseguendo i modelli di felicità imposti dalla società borghese. Così la donna tenta di passare da una condizione di vita a un’altra. Ma la vita non cambia, anzi diventa tragedia. Il riscatto l’avrebbe dovuto cercare dentro di sé, non elemosinando la rispettabilità da quella società che l’aveva emarginata.

Il finale del film e l’arte grande di Anna Magnani

Ettore muore tra stenti e freddo su quel vergognoso letto invocando Guidonia e la mamma, simboli delle radici e, in ultima analisi, di Dio, ultimo porto di salvezza tra le torture del mondo. Mamma Roma, appresa la notizia della morte del figlio, corre verso casa disperata, abbraccia i vestiti del figlio, tenta di buttarsi dalla finestra. Vi rinuncia guardando quello scorcio della periferia di Roma dove svetta la cupola della basilica di San Giovanni Bosco. Qui Pasolini è ai vertici della sua poesia. E l’arte di Anna Magnani è grande: Anna non dà il dolore al suo personaggio ma è addolorata lei stessa, interamente coinvolta nelle tragedie del mondo.