The Velvet Underground & Nico

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L’atmosfera di The Velvet Underground & Nico, una leggenda del rock e un gioiello dell’arte del Novecento, arrivò a definizione nel 1966, alla Factory di Andy Warhol, un anno prima dell’uscita del disco.

I Velvet Underground avevano già una fisionomia precisa, prima dell’incontro con Warhol. Suonavano e scandalizzavano nelle cantine di New York. I loro testi erano poetici e duri, sapevano d’inferno e di trasgressione. Non si era mai visto nulla di simile, neanche tra gli ambienti più alternativi. Ma fu alla Factory, sulla Quarantasettesima est della Grande mela, che quella fisionomia si affinò ulteriormente e prese le sembianze che sarebbero uscite dai solchi di The Velvet Underground & Nico, una furia sonora che idealizzò e immobilizzò per sempre l’atmosfera alternativa e gli odori della notte, ne diede un prototipo a cui avrebbero attinto, chi più chi meno, chi in modo più esplicito chi senza darlo vedere, tutti gli esponenti del rock più trasgressivo.

The Velvet Underground & Nico e l’atmosfera della trasgressione

Quando ci si accosta a questo disco, l’impressione è di conoscerlo da sempre. Le sue atmosfere sono familiari. È tutto scontato e originale a un tempo. Perché il suo clima si è prolungato nella musica di tante rock band. E poi The Velvet Underground & Nico coglie l’essenza della trasgressione, dell’elitarismo notturno, del piacere e dell’inferno dei vizi, degli eccessi, del proibito. Chiunque non sia sfuggito almeno qualche volta ai sapori della notte, delle cantine fumose, dei circoli underground, delle perdizioni metropolitane, ritrova in quegli undici brani un’atmosfera nota, colta e fermata per sempre in un epico 33.

La Factory di Andy Warhol

La Factory era il luogo dove si materializzavano i sogni più perversi. Era il proibito che diventava lecito. Tra quelle mura tutto era possibile. Orge, eccessi di ogni tipo, ragazze all’avanguardia, estremizzazione della modernità e della libertà. Nella Factory di Andy Warhol non c’erano limiti. Proiezioni avanguardiste, spettacoli sadomaso. In quello studio sulla Quarantasettesima est, il più famoso degli studi warholiani, si ritrovavano artisti e gente comune. Tutti erano invitati a partecipare.

Al centro di quelle feste e di quelle notti, dal ’66 pulsava dunque il fracasso ossessivo dei Velvet Underground. In quei metri quadrati bui e fumosi, i Velvet trovarono il loro ambiente naturale. Furono quei sapori a essere immobilizzati nell’album d’esordio.

I Velvet Underground e Nico in una foto promozionale del ’66.

L’inferno di The Velvet Underground & Nico

«Estremizzazione» è una delle parole più adatte a descrivere questo disco.

Alla metà degli anni Sessanta, la modernità, la libertà sessuale, le droghe, l’anticonformismo, un nuovo linguaggio prendevano piede e si propagavano nei vari strati della società, senza distinzione di età e di rango. Ma in The Velvet Underground & Nico tutto era portato alle estreme conseguenze, a tal punto che Lou Reed e compagni erano inaccettabili e relegati nei sotterranei. In più la loro trasgressione coglieva il lato buio della metropoli, non quello gioioso. Una metropoli mutuata dai Fiori del male di Baudelaire. Le droghe di The Velvet Underground & Nico non erano quelle degli hippie e dei Beatles, l’Lsd con cui ci si proponeva di espandere la coscienza e di attenuare le inibizioni. Le droghe dei Velvet andavano di pari passo con lo spleen, i tormenti infernali. Erano una fuga e una volontà di annientarsi. E lo stesso valeva per i rapporti sessuali estremi.

In questo disco tutto era notturno, ossessivo, stordente. Le chitarre distorte di Lou Reed e di Sterling Morrison. La viola ipnotica di John Cale. La batteria di Maureen Tucker, che era quanto di più idoneo ci potesse essere per l’inferno e i vizi cantati nel 33. La Tucker non era una batterista virtuosa, ma il suo battito ossessivo, primitivo, tribale era fondamentale per il sound dell’album, era la colonna sonora ipnotica della metropoli segreta, quella che si annichiliva negli scantinati, al di qua delle luci, dei fasti, dell’ufficialità.

I quattro Velvet e Nico erano un’alchimia perfetta e irripetibile.

I vertici di The Velvet Underground & Nico

Il disco lascia uscire da ogni poro segni di angoscia e di disagio. Anche il primo brano, Sunday Morning, che con quel carillon e quella voce di Lou Reed, resa dolce e quasi femminile attraverso le manipolazioni in studio, sembra rassicurante, in realtà è piena di inquietudine. Lo stordimento della domenica mattina dopo una nottata di eccessi è un degno prologo delle atmosfere del 33.

I’m Waiting For The Man e Venus In Furs, che raccontano i rischi che si corrono per rifornire le vene di veleno e i rapporti sessuali estremi e malati, con il loro realismo, con quella poesia dell’inferno, con la voce di Lou Reed strascicata e apatica, con quell’orgia sonora, sono decisivi per la leggenda dell’album.

Due dei vertici del 33 sono cantati da Nico, Femme Fatale e All Tomorrow’s Parties, la preferita di Andy Warhol. La prima nasconde, dietro un’apparente dolcezza, la perversione e lo spleen. La seconda, prendendo come spunto le mitiche feste della Factory, evoca la caducità, il tempo che passa, una futura condizione di dolore e di nostalgia. La voce di Nico è decisiva per il clima del disco. Un canto senza movimento, che sembra arrivare da un altro mondo. Una voce cupa, funerea, solenne, enfatica, da liturgia infernale.

Le tensioni all’interno del gruppo

Le tensioni tra Nico e la band portarono, dopo quest’album, alla separazione. Nico si avviò verso una carriera solista di primo piano, che avrebbe raggiunto il suo apice nel 1970 con Desertshore, prodotto da John Cale. Le atmosfere d’oltretomba della Nico solista, il suo canto immobile e sconcertante, le deviazioni della sua mente, le angosce, i tormenti sarebbero stati oggetto di culto negli ambienti alternativi e avrebbero influenzato Siouxsie Sioux, i Joy Division, i Cure e tutto il gothic rock degli anni Ottanta.

Nico.
Foto di Ky da Flickr, CC BY 2.0.

La preveggenza di Andy Warhol

Fondamentale per The Velvet Underground & Nico, naturalmente, fu Andy Warhol. Scovò i Velvet nei buchi di New York. Li portò alla Factory. Impose la presenza decisiva di Nico. Produsse il disco, e ne firmò la leggendaria copertina con la banana che tutti conosciamo, altra provocazione dell’album.

Il grande merito di Andy Warhol fu credere nei Velvet quando questi venivano considerati estremi anche in ambienti d’avanguardia. In effetti mai nessuno si era spinto così in là: testi poetici espliciti che nessuno avrebbe osato immaginare, senza limiti, senza freni, con siringhe e depravazioni per nulla addolcite dal buon senso. Un frastuono, una musica martellante, ossessiva. Uno stordimento continuo, con poche fessure. Un annichilimento totale. Mai nessuno aveva trasferito su disco la metropoli notturna e nascosta, i suoi inferni, la morte incombente, lo stordimento del sesso e delle siringhe. Nessuno era arrivato a tanto, nessuno sarebbe arrivato a tanto.

The Velvet Underground & Nico, la madre di tutto il rock alternativo

La grande arte di questo disco sta nella sua aristocrazia estrema. I Velvet erano l’élite dell’inferno. Le masse potevano spingersi al massimo fino ai Rolling Stones. I Velvet, anche dopo questo esordio stupefacente, erano destinati a una specie di anonimato. Le poche migliaia di copie vendute dall’album nel giro di qualche anno oggi ci strappano un sorriso. Perché oggi The Velvet Underground & Nico è considerato uno spartiacque, una leggenda inarrivabile, la madre di ogni cosa alternativa che il rock abbia prodotto. Per alcuni, addirittura, il più grande album rock di tutti i tempi.

La bellezza di The Velvet Underground & Nico sta in un’atmosfera di fondo che pervade quei cinquanta minuti scarsi, un clima di contrapposizione radicale al perbenismo, alle convenzioni, un’atmosfera di disagio esistenziale che non ha vie d’uscita se non quella momentanea della depravazione e dell’annichilimento.

I Velvet Underground hanno inventato il rock che non scende a patti.