Sticky Fingers dei Rolling Stones

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Sticky Fingers dei Rolling Stones, uscito all’inizio dei Settanta, è un caposaldo del rock, ed è la quintessenza dell’arte di Mick Jagger e compagni.

I Rolling Stones degli anni Sessanta

Alla metà degli anni Sessanta, i Rolling Stones misero a soqquadro l’Inghilterra e il mondo con il loro canto depravato e i riff stradaioli. Partendo dal rock and roll di Chuck Berry, portarono a definizione l’ABC del rock. Il blues e il suono selvaggio e ribelle. E il canto sensuale e provocatorio di Mick Jagger, che già profumava di glam. Musica semplice, valorizzata da un’interpretazione genuina e aggressiva. Poi i temi scandalosi, tra sesso, droghe, notti. Sbeffeggiamento del potere, della tradizione, del conformismo. Un modo di stare sul palco che era irriverente verso tutto ciò che non era giovane. Vite private a volte più rock delle canzoni. Mick Jagger e compagni erano l’incarnazione del rock.

I Rolling Stones dei decenni successivi

I Rolling Stones che a partire dalla metà degli anni Settanta sono arrivati fino ai giorni nostri sono stati capaci di piazzare colpi di classe, di farci sentire un profumo del rock e della gioventù che fu. Sono stati capaci di riempire stadi. Ma sono stati anche rockstar imborghesite che sul palco imitavano se stesse, tentando di ripetere una favola irripetibile. Keith Richards e gli altri sono diventati istituzioni del rock e della cultura popolare, e il loro ribellismo è mutato in imitazione del ribellismo.

Keith Richards, leggendario chitarrista dei Rolling Stones e icona del rock.
Foto di David Mark da Pixabay.

Sticky Fingers, il punto di congiuntura

In questo percorso dalla spontaneità selvaggia degli anni Sessanta alla classe un po’ fredda e calcolata dei decenni successivi, Sticky Fingers, pubblicato il 23 aprile del ’71, è la congiuntura perfetta, il punto di equilibrio. In questo monumento del rock, i Rolling Stones non sono più così grezzi, ma non sono ancora l’imitazione di se stessi. È un rock, quello di Sticky Fingers, che sa più di classe e progettualità, ma è un rock ancora vivo e incisivo. In Sticky Fingers la classe non mortifica la natura ribelle dei Rolling Stones, piuttosto la nobilita e la esalta. In questo suo essere un passaggio tra il prima e il dopo sta la monumentalità di questo disco.

Alla sua uscita, Jon Landau parlò di «tentativi stilistici forzati e controllati». Una settimana dopo, Lynn Van Matre sostenne che i Rolling Stones erano «al meglio della loro volgarità». Da queste due reazioni opposte ed estreme di quel lontano ’71 possiamo cavare il succo di Sticky Fingers. Un album che colpì anche per la leggendaria copertina, firmata da Andy Warhol, con quei jeans provocanti, rigonfi all’altezza dei genitali.

L’iconica copertina.

I rock granitici e le malinconie di Sticky Fingers

Sticky Fingers, naturalmente, è fatto di tante cose, ma è fatto essenzialmente di blues rock, che è il marchio di fabbrica dei Rolling Stones. Mick Jagger e i suoi compagni di leggenda pescano alle origini della loro arte, e ne danno un saggio monumentale.

Tra i rock granitici di questo disco, di cui Brown Sugar è l’apice, vi acquistano rilevanza, per contrasto, le sue indimenticabili malinconie, i sapori notturni e nostalgici. Sway, Wild Horses, prima di tutto. E non importa da chi sia stato ispirato questo o quel pezzo, cosa di cui si parla ancora oggi. Quello che importa è lo splendido languore di questi brani, che evocano la fine della festa. Gli anni Sessanta ci avevano salutati, con le loro illusioni e i loro sogni. E ci apprestavamo al lungo freddo dei Settanta, colmi di nostalgia e disillusione.