I Joy Division, icone del dark

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Unknown Pleasures dei Joy Division, uscito nel giugno del ’79, è un vertice del dark. Per la desolazione definitiva di quella musica. Una desolazione senza spiragli, che non ammette speranze ma solo una presa d’atto. Infatti la musica tombale di Unknown Pleasures è di un’angoscia inappellabile.

Era maggio, il maggio dell’80, quando Ian Curtis cercò la sua primavera altrove. Quel suicidio colorò di sincerità estrema quel disco di debutto e il successivo.

Ian si mostrò nudo, in Unknown Pleasures e nel resto della sua breve carriera. Nessuno scudo. Lo spleen sbattuto in faccia alle platee, senza difese. Proprio quella nudità esistenziale lo rendeva inattaccabile. E rendeva quello spleen normale, comprensibile. Una tragedia esistenziale che era nelle parole desolate, nella voce tenebrosa. Unknown Pleasures era un lamento fermo.

I Joy Division: un gruppo vero

Ma i Joy Division non erano solo Ian Curtis, sebbene Ian fosse il simbolo più chiaro di tutta quell’angoscia. I Joy Division erano un gruppo.

Dopo vari avvicendamenti, la band di Manchester aveva trovato la sua quadratura. Ian Curtis (voce), Bernard Summer (chitarra), Peter Hook (basso), Stephen Morris (batteria). Quella fusione e quell’intesa erano definitive. Infatti i quattro decisero che i Joy Division non sarebbero più esistiti, se solo uno avesse lasciato il gruppo. E così fu, dopo la morte di Ian. Gli altri continuarono come New Order. Ed era giusto così.

La musica angosciosa dei Joy Division

La musica della band era ferma e squadrata, come quell’angoscia irrevocabile. Era definitiva.

Una musica perfetta nel sottolineare la voce e le parole di Ian Curtis. Emblematici i riff di chitarra di New Dawn Fades, quinto pezzo del primo album e icona del dark. Poche note, ripetute, ossessive, che danno tutto il senso dello squallore e della deviazione mentale.

I Joy Division portarono, con Siouxsie Sioux, i Cure, i Depeche Mode e qualcun altro, la vena lugubre fuori dai sottoscala. Contribuirono a cavare dalle luci degli anni Ottanta le ombre e le paure.

Volantino relativo a un concerto dei Joy Division del luglio del ’79.
Foto di Mikey da Flickr, CC BY 2.0.

Influenze

Unknown Pleasures veniva dal punk. Infatti Ian Curtis e compagni avevano cominciato a far musica affascinati dal mito dei Sex Pistols. Certamente lo spleen gelido della band aveva per presupposto quello splendido ghiaccio che è la Nico di Desertshore, uno dei dischi più catacombali del rock. A influenzare la band furono anche pionieri dell’elettronica come i Kraftwerk e il David Bowie berlinese. Ma i Joy Division interiorizzarono e rimescolarono tutto. Unknown Pleasures era un esito originalissimo. Una delle cose più sincere venute fuori da quegli anni di post punk e di new wave.

Con Unknown Pleasures i Joy Division portarono alla luce tutto il loro buio.

La scelta di Ian Curtis

Seguirono singoli epocali. Love Will Tear Us Apart, Atmosphere e altri, capolavori dell’angoscia.

Durante la lavorazione di Closer, Ian Curtis aveva fatto la sua scelta. Infatti quest’album è, in una parola, Unknown Pleasures portato alle estreme conseguenze. Se nel 33 d’esordio è ancora rintracciabile un movimento, un impulso rabbioso, un tentativo di aggrapparsi al mondo, in Closer è tutto fermo e deciso. Da questi solchi non traspaiono altre possibilità. Qui c’è la presa d’atto totale di una condizione tragica.

Quando Closer uscì, in quell’estate dell’80, Ian era morto. Anche per questo sembra che la sua voce ci giunga dall’oltretomba.