Biografia di Louis Armstrong

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Louis Armstrong nacque nell’estate del 1901, naturalmente a New Orleans, città del jazz se altre mai. I suoi genitori erano poveri. I suoi nonni erano stati schiavi. La gloria di Armstrong avrebbe riscattato quei destini amari.

Il padre abbandonò presto la famiglia. La vita di strada della madre era un altro tassello di quell’infanzia difficile. Louis era l’ultimo della società. Conobbe anche il riformatorio. E conobbe naturalmente la discriminazione che investiva i neri di New Orleans. Chissà quante volte, soffiando nella sua cornetta, avrebbe avuto davanti agli occhi quegli anni e quelle povertà. Eppure quegli anni erano gonfi di vita. Quella vita intensa avrebbe colorato il suo jazz delle origini.

La scuola non era il forte di Armstrong. Il ragazzo viveva in pratica sulla strada. Si arrangiava per qualche soldo, aiutando la mamma. Con i suoi compagni di strada e di destino ebbe più volte guai con la legge. Era ancora preadolescente quando conobbe i suoi due anni di riformatorio. Ma tra quelle mura imparò a dare fiato alla cornetta. Tra quelle mura sentì la storia del jazz che lo chiamava.

Le notti di New Orleans

Nel ’18 Louis sposò Daisy. Il matrimonio fu breve. Brevi e pieni di incomprensioni sarebbero stati anche i primi due degli altri tre matrimoni.

Armstrong prese a suonare con maggiore professionalità, facendosi notare in più di una band. Suonava nei locali, per le strade, nelle notti di New Orleans. In particolare entrò nella band di Kid Ory.

Intanto il jazz cresceva, dentro quel tubo. La sua cornetta riempiva l’aria di New Orleans dei profumi del futuro. Da quella cornetta stava nascendo il jazz come lo avremmo conosciuto, la musica del Novecento. Una musica che avrebbe fatto molta strada. Ma le svolte e l’arte di Charlie Parker e di Miles Davis si sarebbero alzate su quelle basi.

Louis Armstrong Park
L’ingresso del parco che New Orleans ha dedicato a Louis Armstrong.
Foto di Nigel SB Photography su Unsplash.

I capolavori di Louis Armstrong

Nel ’22 Louis era a Chicago. King Oliver lo ingaggiò nella sua band. Un paio d’anni e il ragazzo entrò nell’orchestra di Fletcher Henderson, una delle migliori dell’epoca. Prese a registrare le sue prime cose. Iniziò presto a incidere a suo nome, con gli Hot Five e con gli Hot Seven. Aveva lasciato la cornetta per la tromba. Di questo strumento sarebbe stato riconosciuto un giorno come uno dei più grandi virtuosi.

Louis Armstrong impose la figura del solista. Ma era un solista ben integrato nel gruppo. Louis si insinuava tra le pieghe della melodia, cavandone i segreti più riposti. La tromba con lui diventò uno degli strumenti principi del jazz. E diventò l’arma del suo riscatto.

Wild Man Blues, Savoy Blues, West End Blues, Weather Bird, Tight Like This e le altre perle ingioiellavano le notti di Chicago e di New York.

In più Armstrong prese a usare la voce. Una voce sporca, bellissima, piena delle ferite di una vita.

Il successo universale

Negli anni della maturità Louis abbandonò la purezza del jazz a favore della sua diffusione, contaminandolo con il pop e con mille robe. Questo fece storcere il naso ai puristi. Ma i capolavori degli anni Venti già lo avevano reso un colosso di questa musica. E le canzoni dei decenni successivi contribuirono a far uscire il jazz dai confini ristretti. La tromba di Armstrong, la sua indimenticabile voce roca, la sua faccia sorridente e bonaria fecero arrivare qualche profumo della musica dell’improvvisazione a un pubblico vasto.

Il trombettista fu accusato di essere integrato nel sistema, di mettere da parte la causa dei neri. Ma l’altro punto di vista è che Louis divulgò proprio la musica degli afroamericani.

Tra le sue interpretazioni più conosciute ci sono What a Wonderful World, When the Saints Go Marching In, Hello, Dolly!, con cui il vecchio leone di New Orleans nel ’64 spodestò i Beatles dal vertice delle classifiche.

La sua voce arrugginita, carica di verità, influenzò tanti, da Frank Sinatra a Bing Crosby, da Billie Holiday a Ella Fitzgerald, con la quale registrò tante cose.

Louis Armstrong

We Have All the Time in the World, una delle vette di Louis Armstrong

Alla fine degli anni Sessanta, a pochi passi dalla morte, Louis Armstrong registrò una delle sue vette.

John Barry, contro l’idea dei discografici, insistette perché a interpretare la sua We Have All the Time in the World fosse proprio il vecchio trombettista di New Orleans. Che da qualche tempo era malmesso, tra problemi cardiaci e patologie varie. Per un gioco del destino, proprio ora che correva dritto verso la morte, Louis doveva interpretare un brano che invitava a godersi la vita nella sua pienezza perché c’era «tutto il tempo del mondo». Questo contrasto tra le parole della canzone e lo stato d’animo dell’interprete produsse un cortocircuito fenomenale. Armstrong caricò quelle parole di nostalgia, pensando ai giorni in cui aveva «tutto il tempo del mondo». Pensando all’odore delle notti, ai club di New York, all’ebbrezza del successo, agli applausi delle platee. Così We Have All the Time in the World diventò un brano nostalgico e commosso.

La canzone, che faceva parte delle musiche del nuovo film di James Bond, non ebbe riscontri. Sarebbe stata riscoperta in tutta la sua bellezza negli anni Novanta.

La morte

Louis Armstrong aveva conquistato una gloria musicale incalcolabile. Ma forse quella gloria non bastava a fargli dimenticare la sua infanzia povera. Chissà se negli ultimi momenti della sua vita aveva davanti agli occhi quelle sue miserie, la vita di strada della mamma, la schiavitù patita dai nonni, i destini atavici della sua gente.

Era il 6 luglio del ’71, la notte, quando Louis chiuse gli occhi.