Charlie Parker, tra biografia tormentata e arte pura

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Ci sono parole di cui spesso si abusa: «rivoluzionario», «genio», «sregolatezza». Non si corre questo rischio con Charlie Parker, Bird, il rivoluzionario, il genio, la sregolatezza. Uno dei più grandi musicisti del Novecento, una figura iconica e romantica, il prototipo dell’artista maledetto.

Rivoluzionario. Perché Charlie Parker non ha semplicemente inventato uno degli stili del jazz. Charlie Parker è uno dei padri, con Dizzy Gillespie e qualcun altro, del bebop, che è uno stile che ha modificato alle radici il modo di concepire il jazz. Il jazz come musica non più destinata a intrattenere, a far ballare, a dare qualche ora di spensieratezza è un’invenzione da attribuire innanzitutto a Charlie Parker e alla sua immaginazione. Con Bird, il musicista jazz diventa un artista, un artista a tutti gli effetti. Dagli anni Quaranta in poi il jazzista commuove, scava nelle profondità della vita, esige un pubblico attento e non frivolo. Se questa non è una rivoluzione ditemi voi.

Charlie Parker non amava lo swing e le big band, allora imperanti. Queste orchestre regalavano un po’ di divertimento, distoglievano il pubblico dagli orrori e dalle incertezze della guerra. Charlie Parker trovava tutto questo ipocrita e distante dalla realtà.

Charlie Parker, il padre del bebop

Bird portò molte novità all’inizio degli anni Quaranta, che di lì a poco sarebbero state chiamate bebop. Una struttura armonica più complessa, un’improvvisazione che seguiva i moti dell’anima e non l’esigenza di divertire, la riduzione del gruppo a pochi musicisti. Poi la centralità del sassofono alto, il suo strumento. Charlie Parker suonava in un modo completamente innovativo, dando molta importanza al ritmo e alla velocità. Inoltre le pause diventavano momenti integranti dell’improvvisazione e della sua poesia. Charlie seguiva i movimenti del cuore. Era quasi indifferente a quello che suonavano gli altri, dava l’impressione di andare per conto suo. Così le sue improvvisazioni sembravano a molti sbagliate, fuori da ogni regola. Ma la regola c’era: era quella della sua anima. Charlie Parker riempiva l’aria con le sue malinconie, le sue improvvise gioie, le sue frenesie. Dava fiato al suo ricchissimo mondo interiore. Insomma, il jazz diventava arte con la A maiuscola.

Con il bebop gli afroamericani provavano a riprendere in mano i destini del jazz, dopo che i bianchi avevano piegato lo swing a esigenze commerciali. Il pubblico di questi giovani anticonformisti neri guidati da Charlie Parker era ristretto, elitario. Tra questi estimatori, c’erano gli scrittori della beat generation, che trovavano in Bird, Gillespie e gli altri un modello di opposizione alla cultura dominante, un grappolo di bohémien e sognatori che non si piegavano alle regole commerciali.

Charlie Parker, un modello per generazioni

Charlie Parker è stato un modello per generazioni di musicisti, e la sua arte ha piegato la direzione del jazz. Lo stesso Miles Davis, che nel ’59, con quella meraviglia di contemplazione e signorilità che è Kind Of Blue, ha contribuito in modo decisivo al superamento del bebop attraverso la semplificazione armonica e una maggiore libertà melodica, è cresciuto musicalmente suonando con Charlie Parker, e non sarebbe stato Miles Davis senza quella lezione.

Peraltro a Charlie e a Miles, lo diciamo tra parentesi, sono legate storie ai confini della leggenda, storie che contribuiscono al mito del jazz degli anni Quaranta e Cinquanta. Per esempio una volta, si racconta, su un taxi, Miles manifestò la sua ripugnanza per il fatto che Bird, mentre masticava da par suo una coscia di pollo, si stava facendo praticare del sesso orale da una prostituta. Allora Parker lo invitò a voltarsi, e Miles proseguì il viaggio con la testa fuori dal finestrino. E mille altre cose tra favola e realtà. Perché il jazz, in quegli anni, era anche questo. Era leggenda, eccessi, notti newyorkesi.

La Cinquantaduesima strada

Proprio a New York, dove era arrivato all’inizio degli anni Quaranta, Charlie fece la storia della Cinquantaduesima strada, leggendaria traversa di Manhattan. Charlie Parker e Billie Holiday erano le due star della Cinquantaduesima. Nonostante il clima razzista nei loro confronti e i soprusi inqualificabili che dovettero subire, sul palco la loro anima cantava. E a noi piace ricordare la strada per questo, più che per i legami dei proprietari dei locali con la malavita, per lo spaccio, la violenza, le ingiurie e i pestaggi razzisti, Billie Holiday costretta a non farsi vedere prima di salire sul palco e così via.

Charlie Parker nel ’47 in uno dei locali della Cinquantaduesima strada.
Foto di William P. Gottlieb.

La biografia tormentata di Charlie Parker

«Rivoluzionario», «genio». Parole che sembrano cucite su misura per Charlie Parker. Così come la parola «sregolatezza». Charlie conviveva con fantasmi interiori inauditi, e la sua storia fu eccentrica.

Non era ancora maggiorenne quando cominciò a fare uso di eroina. All’eroina si affiancarono presto l’alcol e il cibo smisurato. Charlie fu totalmente preda dei suoi eccessi, fino alla fine della sua breve vita.

Anche a questi abusi era dovuta la sua inaffidabilità. A volte non si presentava ai concerti o arrivava fatto. Oppure si addormentava prima di suonare. Chiedeva prestiti senza restituirli per pagarsi l’eroina. Altre volte, a questo scopo, impegnava il suo sassofono. Arrivava a mendicare per strada. Più volte fu arrestato e ricoverato in ospedali psichiatrici. Ma sul palco la sua anima cantava.

Fu un giorno triste per il jazz, quel 12 marzo del ’55, quando Charlie trovò la pace e il jazz perse il suo genio. Il medico che vide il cadavere, ormai è storia nota, disse che quello era il corpo di un cinquantenne. Charlie aveva trentaquattro anni.

La seduta del 29 luglio del ’46

La seduta di registrazione del ’29 luglio del ’46 effettuata per la Dial è entrata nelle favole del jazz, ed è l’emblema del genio e della sregolatezza di Charlie Parker.

In quel periodo il grande jazzista alternava slanci di genialità a momenti di grande nervosismo. Aveva spesso crisi d’astinenza ed era difficilmente gestibile. Quando quel giorno di fine luglio arrivò nello studio californiano, le aspettative non erano delle migliori. Charlie stava male.

A un certo punto della registrazione, la situazione si capovolse. Bird attaccò una versione strumentale di Lover Man, che era stata cantata anche da Billie Holiday. Questa la testimonianza di Ross Russell della Dial: «Charlie aveva mancato l’entrata. Con alcune battute di ritardo, finalmente entrò. La sonorità di Charlie si era rinfrancata. Era stridente, piena di angoscia. In essa c’era qualcosa che spezzava il cuore. Le frasi erano strozzate dall’amarezza e dalla frustrazione dei mesi passati in California. Le note che si susseguivano avevano una loro triste, solenne grandiosità. Sembrava che Charlie suonasse con automatismo, non era più un musicista pensante. Quelle erano le dolorose note di un incubo, che venivano da un profondo livello sotterraneo. Ci fu un’ultima strana frase, sospesa, incompiuta e poi silenzio. Quelli nella cabina di controllo erano imbarazzati, disturbati e profondamente commossi».

Fu quella sera che Charlie Parker, tornato in albergo, provocò un principio d’incendio nella sua stanza e scese nudo in strada. Fu arrestato e dopo una decina di giorni ricoverato in un ospedale psichiatrico, dove restò per sei mesi.