La dolce vita di Federico Fellini

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La dolce vita (1960), film capolavoro di Federico Fellini, si apre con un elicottero che sorvola Roma con una statua del Cristo. Lo segue un altro elicottero. Dentro c’è Marcello Rubini, aspirante scrittore che si adatta a fare il giornalista di cronaca mondana. Con lui c’è anche l’intraprendente fotografo Paparazzo, uno dei nomi che l’universo felliniano ha consegnato ai vocabolari.

In una scena successiva, Marcello, tornato a casa all’alba, scopre il tentato suicidio di Emma, la sua compagna. Il giornalista aveva passato la notte con la giovane e ricca Maddalena.

Indimenticabile l’arrivo a Roma di Sylvia, diva americana. Come indimenticabile è il suo bagno notturno nella Fontana di Trevi, uno dei simboli del cinema universale. Marcello, che si era allontanato con lei dopo una serata trascorsa in un night, la raggiunge nell’acqua.

Seguono scene di vita notturna, di ebbrezze, di seduzioni, di feste, di vuoto esistenziale.

Ma la superficialità non riguarda solo l’alta società. La folla fanatica che invade la zona dove pare che due bambini abbiano visto la Madonna rappresenta infatti la religiosità superficiale, così lontana dal silenzio e dal mistero.

Il pessimismo cola ovunque. Perfino Steiner, amico di Marcello apparentemente appagato, si uccide dopo aver ucciso i due figli.

La Roma sognata di Federico Fellini

Le scene, sul piano narrativo, sono scollegate. Il regista romagnolo mette la parola fine alla stagione del neorealismo. Con lui la narrazione ha i tratti del sogno e dell’individualità. La stessa ricostruzione in studio di via Veneto, centro della Roma mondana, conferma l’antinaturalismo del film. D’altra parte «l’unico vero realista è il visionario» recita una delle frasi di Federico Fellini. Nel senso che la realtà può essere conosciuta solo attraverso la lente dell’uomo. Motivo per cui anche la Rimini di Amarcord (1973), ennesimo capolavoro felliniano, è ricostruita fuori Rimini. La realtà viva è quella sognata, ricordata.

L’ebbrezza e la disperazione della Dolce vita

Marcello è il personaggio-guida del film. Grazie al suo girare in cerca di scoop, scopriamo l’ebbrezza della Roma mondana, i sapori del successo, i profumi della giovinezza. I protagonisti della Dolce vita sono giovani, perché anche chi non è più giovane ha l’irresponsabilità della giovinezza. Seguendo Marcello ci addentriamo nelle notti ebbre, dove tutto sembra possibile. Ma ci imbattiamo anche in momenti di disillusione e di spossatezza. Perché di quelle notti Fellini smaschera le malattie e i falsi miti. Dietro quella mondanità vive infatti la disperazione.

In tanto pessimismo il film è però incorniciato dalla purezza. La purezza celeste di Cristo, che nella prima scena sembra abbracciare la città mentre l’elicottero trasporta la sua statua in Vaticano. E quella terrena di Paola, ragazza candida che Marcello aveva conosciuto in una trattoria. Paola, nel finale, dopo aver tentato di dire qualcosa a Marcello da lontano, lo saluta con un sorriso pieno di innocenza. La purezza del prologo e dell’epilogo mette in risalto le malattie degli eccessi mondani.

L’inquietudine di un’epoca

Con La dolce vita Federico Fellini cambiò l’immagine che il mondo aveva di Roma. Non più la città del dopoguerra, colma di povertà, di strade distrutte, di lacrime. Ora dominavano lo sfoggio, l’eccitazione, la frenesia, le notti vissute fino all’alba.

Ma a uno sguardo più profondo scopriamo che la Roma felliniana non è poi così diversa da quella di De Sica, solo che ora le lacrime sono sotto la superficie. Il regista romagnolo scavò nella società del boom cavandone le disperazioni.

Fellini proiettò sugli schermi anche i suoi tormenti. E quelli dell’Occidente. La Roma notturna di via Veneto è il simbolo dell’inquietudine di un’epoca.

Federico Fellini, regista de La dolce vita
Federico Fellini.

Anita Ekberg e Marcello Mastroianni

Il film consacrò Anita Ekberg, splendida nei panni di Sylvia, e Marcello Mastroianni, che conquistò il successo internazionale. Mastroianni, nei panni di Marcello Rubini, diede vita a un personaggio indimenticabile, un donnaiolo dalle segrete angosce, un uomo indolente che vive nei paraggi della mondanità rimandando sempre al domani un approccio più responsabile alla vita.

La lungimiranza di Federico Fellini

I produttori Angelo Rizzoli e Giuseppe Amato dovettero accettare le scelte di Fellini, che ebbe l’ultima parola su tutto. Il budget fu sforato. Ma gli incassi stratosferici diedero ragione al regista. Soprattutto diede ragione al regista il prestigio universale che nel tempo ha investito il film, considerato uno dei più grandi capolavori del cinema.

L’accoglienza della Dolce vita

Oltre ai consensi, alla sua uscita La dolce vita si attirò critiche da vari ambienti, cattolici e non, interrogazioni parlamentari, proteste veementi. I motivi di queste critiche erano la condanna dell’alta borghesia, l’omicidio e il suicidio di Steiner, una scena di nudo, la messa in scena di una vita dissipata. Questo trambusto mediatico allungò le file ai botteghini, dando al film il fascino del proibito e pubblicità gratuita. Con il tempo quelle critiche sono state spazzate via dalla bellezza abbagliante dell’opera.

Con La dolce vita Federico Fellini ottenne la consacrazione internazionale e la Palma d’oro a Cannes.