The Doors, un album leggendario

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L’album omonimo di debutto di Jim Morrison e compagni, The Doors, uscì all’alba del ’67. Era il 4 gennaio quando entrò nei negozi questo classico del rock. The Doors è presente in svariate classifiche degli album più importanti di sempre. Un’icona di ribellione per i giovani di allora e per le generazioni successive. Un disco fondamentale per l’evoluzione del rock psichedelico in chiave tenebrosa.

Il ’67

Il 1967 fu un anno d’oro per il rock. Fu l’anno del Sgt. Pepper dei Beatles, che portò a livello di massa le conquiste musicali dell’epoca. Dall’idea del concept all’uso creativo dello studio di registrazione, dalla psichedelia a mille altre cose. I colori del Sgt. Pepper erano i colori di quell’estate. Un’estate fatta di entusiasmo, di gioventù, di anticonformismo, di spirito di aggregazione. Uno spirito di aggregazione che raggiunse l’apice al Festival di Monterey di metà giugno. Una tre giorni che fu il picco dell’Estate dell’amore e della controcultura hippie. Un’estate vissuta tra acidi e sesso libero, tra sacchi a pelo e gambe nude. A Monterey si affermarono definitivamente Janis Joplin e Jimi Hendrix. Si affermò soprattutto una visione giovane del mondo. E si fece largo la psichedelia.

L’altro lato del ’67 e la cupezza del primo album dei Doors

La psichedelia caratterizzava anche il primo album dei Doors. Ma era una psichedelia, quella di Jim Morrison e compagni, bagnata d’inquietudine, che lasciava in bocca un sapore amaro. Una psichedelia che aveva poco in comune con quella gioiosa di quell’estate.

D’altra parte il ’67 fu un anno magico per il rock non solo per l’ottimismo degli hippie e di certa musica. Anche per l’inquietudine che si affacciava tra quei meravigliosi anni Sessanta e che ne faceva presagire la fine.

Dietro i colori e le collane di Janis Joplin si nascondevano le disperazioni e la morte.

Uscito nel marzo di quell’anno, The Velvet Underground & Nico, l’album d’esordio di Lou Reed e compagni, portava nel rock le disperazioni metropolitane, lo stordimento dell’eroina e del sesso perverso, gli ambienti asfissianti delle notti newyorkesi, i frastuoni ipnotici e la poesia della decadenza.

L’album di debutto dei Doors si inseriva in quel 1967 rappresentandone proprio il lato più cupo e inquieto. La voce di Jim Morrison, baritonale e cavernosa, si opponeva all’ottimismo degli hippie. Una voce che esprimeva disagio e tormenti, a cui avrebbero guardato Ian Curtis dei Joy Division e tutta la dark wave d’inizio anni Ottanta.

Jim Morrison e gli altri poco prima dell’uscita di The Doors, l’album di debutto della band.

Il carisma e gli eccessi di Jim Morrison

Certo The Doors molto doveva al carisma interpretativo di Jim Morrison. Un carisma che usciva in tutta la sua forza nei concerti. In effetti i concerti della band losangelina erano rituali e orge collettive. Erano un tentativo di oltrepassare quelle porte della percezione da cui la band aveva preso il nome. Morrison era il nuovo idolo delle notti losangeline, quelle che si consumavano nei locali del Sunset Strip, dal London Fog al Whisky a Go Go. Ed era la nuova icona sessuale delle ragazzine.

Era in questo periodo che Jim cominciava a essere preda degli eccessi. Dalle esperienze sessuali perverse all’alcolismo. Mancavano meno di cinque anni al 3 luglio del ’71. Alla tragedia parigina di Jim Morrison e Pamela Courson, il vero amore di Jim. Una notte dove Jim trovò la morte e Pamela iniziò a conoscere la sua.

La poesia e il sound del primo album dei Doors

Ma i Doors non erano solo Morrison. Robby Krieger (chitarra), Ray Manzarek (tastiere e basso), John Densmore (batteria) erano essenziali per il sound ipnotico della band.

I quattro Doors avevano sensibilità e storie diverse. Da qui quel tipico miscuglio ridotto a unità. Blues, rock, pop, jazz, psichedelia, esotismo. Ma la voce di Jim Morrison attirava tutto a sé e si ergeva a marchio inconfondibile del gruppo.

Naturalmente alla base del fascino dell’album d’esordio dei Doors c’era la poesia visionaria del suo frontman. Morrison si considerava prima di tutto un poeta. Riempiva con i suoi versi fogli e fogli, a cui Pamela cercava di dare un ordine. Per Jim la poesia non doveva dire niente. Doveva solo spalancare le porte. I suoi versi erano carichi di simboli e di voli. I suoi versi erano suoni evocativi che diventavano un tutt’uno con la musica.

La poesia di The Doors è di difficile interpretazione. D’altra parte non va interpretata.

Queste canzoni le dobbiamo solo ascoltare, lasciandoci prendere dai vortici psichedelici, dalle lave d’inquietudine, dalle cavalcate selvagge, dalle atmosfere notturne. La poesia e la musica di The Doors sono un pugno in faccia al perbenismo, alle verità precostituite. Sono una ribellione e un dialogo con la morte. Sono tormenti e orge stordenti.

The Doors è un album che contiene vari classici della band. Da Break on Through a Light My Fire. Fino a The End, che amalgama tutte le caratteristiche del disco, tra momenti malinconici e rock infuocato, tra psichedelia e deliri decadenti.

La leggenda di Jim Morrison

Certo la leggenda dei Doors è legata anche alla storia personale di Jim Morrison. Fatta di ebbrezze e di tormenti inauditi, di eccessi e di tragedia, di ribellione e di morte. Fatta di misteri. Come quelli di quella notte di Parigi. Infatti, se qualcosa si sa di quel 3 luglio del ’71, tutto il resto fu sepolto in una tomba della California, nell’aprile del ’74, insieme al corpo di Pamela Courson.