Parigi di notte
Parigi e l’amore la fanno da padrone nelle poesie di Jacques Prévert (1900-1977). Emblematica è la stupefacente e mai troppo lodata Parigi di notte.
Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia.
Versi che esprimono tutta la purezza di un amore, vissuto nell’incanto di Parigi. Se nella notte i tre fiammiferi illuminano il viso della donna, è grazie al buio che quel viso si fa ricordo, ricordo vivo, e invade il cuore del poeta.
Baciami
In un quartiere della Ville lumière
Dove fa sempre buio e manca l’aria
E d’inverno come d’estate è sempre inverno
Lei era sulle scale
Lui accanto a lei e lei accanto a lui
Faceva notte
C’era un odore di zolfo
Perché nel pomeriggio avevano ucciso le cimici
E lei gli diceva
«È buio qui
Manca l’aria»
E d’inverno come d’estate è sempre inverno
Il sole del buon Dio non brilla da noi
Ha fin troppo lavoro nei quartieri ricchi.
«Stringimi tra le braccia
Baciami
Baciami a lungo
Baciami
Più tardi sarà troppo tardi
La nostra vita è ora
Qui si crepa di tutto
Dal caldo e dal freddo
Si gela si soffoca
Manca l’aria
Se tu smettessi di baciarmi
Credo che morirei soffocata
Hai quindici anni ne ho quindici anch’io
In due ne abbiamo trenta
A trent’anni non si è più ragazzi
Abbiamo l’età per lavorare
Avremo pure diritto di baciarci
Più tardi sarà troppo tardi
La nostra vita è ora
Baciami!».
Baciami è una delle poesie più celebri di Jacques Prévert. Ha fatto sognare generazioni di giovani. In effetti Baciami è una poesia sulla giovinezza. Sui suoi slanci, sui suoi sogni, sull’ebbrezza degli amori freschi. I due ragazzi oppongono al grigiore del mondo adulto tutta la loro freschezza, il desiderio di baciarsi, su quelle scale di quel quartiere plumbeo di Parigi. Ed ecco un’altra costante delle poesie di Jacques Prévert. Il rapporto tra la bruttezza e l’amore. È l’amore che salva dalla bruttezza. In quel quartiere «dove fa sempre buio e manca l’aria / e d’inverno come d’estate è sempre inverno», su quelle scale piene di puzza di zolfo, c’è tutto lo slancio di quell’amore giovanile. Versi carichi di sensualità. Ma anche di valore simbolico.
Protagonista è anche Parigi. La Ville lumière è in effetti lo sfondo di tutta l’arte di Prévert. Una Parigi che sa essere romantica e indimenticabile anche nei suoi quartieri più maleodoranti.
«Il sole del buon Dio non brilla da noi / ha fin troppo lavoro nei quartieri ricchi» sono versi che hanno ispirato il celebre incipit della Città vecchia di Fabrizio De André, uno degli esiti più alti del De André degli anni Sessanta e manifesto del suo canzoniere.
Baciami mette in risalto anche la capacità di Jacques Prévert di dar vita a poesie che non ripudiano la quotidianità e che però, grazie alla loro musica sottile, non cadono nella banalità.
Il giardino
Mille anni e poi mille
Non possono bastare
Per dire
La microeternità
Di quando m’hai baciato
Di quando t’ho baciata
Un mattino nella luce dell’inverno
Al Parc Montsouris a Parigi
A Parigi
Sulla terra
Sulla terra che è un astro.
Prévert ha messo la poesia d’amore a disposizione di un pubblico ampio senza svilirla. Il giardino ne è un esempio. Versi colloquiali che però restano poesia, per quella musica, per quegli scatti indimenticabili. Il giardino è una di quelle robe che leggi da giovane e che poi porti nel cuore. La sua semplicità immortale, la sua capacità di evocare un bacio che annulla il passato e il domani… Il momento di quel bacio è tutto. Quel parco è tutto. Un bacio dato e ricevuto «un mattino nella luce dell’inverno», perché, come sempre in Prévert, l’amore fa luce nel buio e scalda nel gelo.
E poi Parigi, l’indimenticabile Parigi prevertiana. Da brividi lo scatto finale («al Parc Montsouris a Parigi / a Parigi / sulla terra / sulla terra che è un astro»), che esprime tutta la luminosità e l’universalità di quel bacio.

Fiesta
E i bicchieri erano vuoti
E la bottiglia in pezzi
E il letto spalancato
E la porta sprangata
E tutte le stelle di vetro
Della bellezza e della gioia
Risplendevano nella polvere
Della camera spazzata male
Ed io ubriaco morto
Ero un fuoco di gioia
E tu ubriaca viva
Nuda nelle mie braccia.
Fiesta è un altro scorcio di gioventù, di quella folle, ebbra, peccaminosa. La stanza di questi versi è colma di sensualità. L’amore stavolta è più fisico e meno romantico. La ragazza è ubriaca e nuda, tra i bicchieri vuoti e i pezzi della bottiglia. La gioventù è anche questo. Irresponsabilità e fantasia. Sembra che tra quelle pareti tutto sia possibile. Fiesta coglie uno di quei momenti in cui il mondo sembra porgere promesse senza limiti.
I ragazzi che si amano
I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.
In questo capolavoro culmina l’arte di Prévert. Il tema dell’amore giovanile tocca le vette della sua produzione. I ragazzi che si amano è il rifiuto del mondo adulto e dei conformismi. È un inno alla fantasia. È un grumo di emozioni. I ragazzi che si amano è l’indifferenza dei giovani per un mondo che non capiscono, quello fatto di decoro e di regole. I giovani sono oltre la notte e il giorno. I passanti che li criticano sono chiusi nel loro grigiore. Sono pieni di astio perché invidiano quel mondo fatto di slanci giovanili.
In questi versi non c’è solo la contrapposizione tra due età della vita. C’è prima di tutto quella tra due visioni del mondo, quella fresca di Jacques Prévert e quella astiosa delle maggioranze.
Le foglie morte
Jacques Prévert è un poeta parigino in tutti i sensi. Di Parigi ha infatti non solo il romanticismo ma anche la malinconia. Le foglie morte è nostalgica e autunnale. Musicata da Joseph Kosma, è stata interpretata da molti. Yves Montand la portò al successo nel ’46. In Italia Patty Pravo ne diede la sua versione nel ’71. Del resto Patty era a suo agio con la canzone francese. Basti pensare alla splendida cover di Avec le temps di Léo Ferré, uno dei suoi vertici. Le foglie morte è diventata anche uno standard jazz. Una delle sue versioni più emozionanti è quella soffiata da Miles Davis nella sua tromba.
In questi versi Jacques Prévert parla di un amore lontano, del tempo che ha rapito i sogni e la giovinezza. L’autunno e le foglie che cadono fanno tutt’uno con la nostalgia del poeta. Il clima è dolceamaro.
Oh, vorrei tanto che anche tu ricordassi
I giorni felici del nostro amore
Com’era più bella la vita
E com’era più bruciante il sole
Le foglie morte cadono a mucchi…
Vedi: non ho dimenticato
Le foglie morte cadono a mucchi
Come i ricordi, e i rimpianti
E il vento del nord porta via tutto
Nella più fredda notte che dimentica
Vedi: non ho dimenticato
La canzone che mi cantavi
È una canzone che ci somiglia
Tu che mi amavi
E io ti amavo
E vivevamo, noi due, insieme
Tu che mi amavi
Io che ti amavo
Ma la vita separa chi si ama
Piano piano
Senza nessun rumore
E il mare cancella sulla sabbia
I passi degli amanti divisi
Le foglie morte cadono a mucchi
E come loro i ricordi, i rimpianti
Ma il mio fedele e silenzioso amore
Sorride ancora, dice grazie alla vita
Ti amavo tanto, eri così bella
Come potrei dimenticarti
Com’era più bella la vita
E com’era più bruciante il sole
Eri la mia più dolce amica…
Ma non ho ormai che rimpianti
E la canzone che tu cantavi
La sentirò per sempre
È una canzone che ci somiglia
Tu che mi amavi
E io ti amavo
E vivevamo, noi due, insieme
Tu che mi amavi
Io che ti amavo
Ma la vita separa chi si ama
Piano piano
Senza nessun rumore
E il mare cancella sulla sabbia
I passi degli amanti divisi.
