Marilyn Monroe. Morte e misteri

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La morte di Marilyn Monroe colpì il mondo, quel 5 agosto del 1962. Marilyn aveva trentasei anni, e un sorriso da favola. Sembrò subito un suicidio: avvelenamento da barbiturici. Ma le ultime ore di una delle attrici più iconiche si sono colorate negli anni di mistero e ipotesi.

Suicidio, omicidio o morte accidentale?

Il dramma di Marilyn Monroe e le ombre sulla sua morte

Si sa, quando una star muore prematuramente, ci si specula sopra. Per soldi. O per quindici minuti di popolarità. Quei quindici minuti di cui parlava Andy Warhol. Proprio Andy Warhol ritrasse Marilyn come una qualsiasi icona pop, svuotandola, contestando così una società che vede le persone come prodotti. Marilyn come i barattoli della zuppa Campbell e le lattine della Coca-Cola, come le copertine di The Velvet Underground & Nico e di Sticky Fingers dei Rolling Stones. Un oggetto come un altro, un simbolo della modernità. Un sogno e un’idea di bellezza. Fu proprio questo uno dei drammi di Marilyn, il non essere riconosciuta come donna ma solo come diva inarrivabile.

Si sa, quando una star muore giovane, la tragedia diventa pretesto di discussione. Così vengono fuori ipotesi su ipotesi, buone per rotocalchi e per inchieste televisive. La star trattata come oggetto anche dopo la morte, fonte di guadagni e di curiosità. Così anche per Marilyn le ipotesi e le verità si sono sprecate.

Ma, se alla morte inattesa di una celebrità le congetture sono perlopiù fantasiose, nel caso di Marilyn Monroe più di un’ombra intacca seriamente la versione ufficiale del suicidio. Troppi dubbi e dichiarazioni rilasciate nel tempo. Orari che variano, un quaderno rosso fatto sparire, l’autopsia che trova il sangue avvelenato ma non tracce di pillole ingerite, segni sul corpo, la testimonianza incerta della governante e via dicendo.

Marilyn Monroe nel 1953, nel pieno del suo fulgore.

Tesi sulla morte di Marilyn Monroe

C’è chi ha tirato in ballo la mafia. Un sostegno a quest’ipotesi lo dà anche Chuck Giancana (fratello minore di Sam, capo mafioso di quegli anni), che nel libro Double Cross, uscito nel 1992, scrisse che Marilyn era stata uccisa da quattro uomini di suo fratello. Giancana si sarebbe voluto vendicare di Bob Kennedy, ministro della giustizia e amante di Marilyn, per le sue iniziative contro la mafia. I quattro uomini incappucciati sarebbero entrati quella notte nell’abitazione di Marilyn, l’avrebbero spogliata, immobilizzata e uccisa con una supposta letale.

Nei decenni si è ipotizzata anche la responsabilità di Bob Kennedy, forse spaventato dalla minaccia di Marilyn di rivelare la loro storia. Secondo questa teoria, Kennedy si sarebbe avvalso di suo cognato Peter Lawford e di Ralph Greenson, lo psichiatra dell’attrice. Greenson avrebbe praticato l’iniezione mortale. A dare appoggio a questa tesi contribuisce il fatto che Kennedy e gli altri due quella sera erano a Los Angeles.

I segreti di una notte d’agosto

Ma come andarono le cose, in quella dannata notte?

Sembra certo che nel pomeriggio del 4 agosto, al 12305 Fifth Helena Drive di Brentwood, l’attrice ricevette più di una persona, dal fotografo Lawrence Schiller al dottor Ralph Greenson. E sembra certo che prima delle 20 parlò al telefono con il figlio di Joe Di Maggio, suo ex marito, e con Peter Lawford. Lawford avrebbe raccontato di una Marilyn confusa.

Poi le tracce della verità si perdono, nel buio di quella notte, tra telefonate, medici, finestre rotte, documenti spariti.

La sorella maggiore di Marilyn, nel suo libro del ’95, disse che l’attrice non si era uccisa né era stata uccisa. Secondo lei morì in modo accidentale, abituata com’era ad alcol e sostanze.

Il suicidio resta la versione ufficiale.

Dietro la facciata di Hollywood

Norma Jeane ebbe un’infanzia di tormenti. Non conobbe mai suo padre. Sua madre era affetta da schizofrenia. La piccola Norma Jeane passò parte dell’infanzia in orfanotrofio. Venne affidata a varie famiglie, senza mai essere accettata. In più occasioni fu oggetto di attenzioni sessuali. Fu violentata.

Quando Norma era diventata una celebrità con il nome di Marilyn Monroe, dopo essere fuggita dalla prigione della sua infanzia, aveva preso a essere prigioniera del sistema e del potere. Veniva controllata, anche con sofisticati sistemi installati nella sua abitazione. Era sottoposta a diete, perché il pubblico voleva Marilyn, quell’idea di bellezza. Ma Marilyn non era un’idea. Era una ragazza fragile, provata dalle vicende della vita. Sempre in bilico tra i sorrisi pubblici e le inquietudini private. Tra i fasti di Hollywood e le cure psichiatriche. Tra Marilyn Monroe, il modello di felicità che indossava, e Norma Jeane, la vecchia bambina fragile che tornava a farsi sentire quando si spogliava la sera.

Dietro le facciate ipocrite e luminose di Hollywood, si consumarono i tormenti di Marilyn. Fino a quella notte d’agosto, quando un sogno di giovinezza finì e una donna trovò la sua pace.

Forse non sapremo mai come andarono le cose.

Ci restano i sorrisi smaglianti di Marilyn e quel suo viso pulito. E la speranza che in qualcuno di quei sorrisi si sia fermata la felicità.