Le poesie di Sandro Penna

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Sandro Penna (1906-1977) è uno dei più grandi poeti del Novecento, e le sue poesie, cariche di pathos, sono oggetto di culto e di ammirazione.

Ma i suoi versi hanno dovuto faticare per affermarsi, in un secolo pieno di scuole, di intellettualismi, di avanguardie. Penna era estraneo a tutto questo. Era un poeta nel senso più tradizionale del termine.

Tra i vicoli e le osterie

Sandro amava la lentezza, la contemplazione, lo stupore, che in lui era rimasto intatto nell’età adulta. Il suo era lo sguardo di un bambino che ogni volta scopriva il mondo, se percorreva una viuzza, se si fermava in un’osteria.

E proprio gli ambienti secondari sono i protagonisti delle poesie di Sandro Penna. Indimenticabile la sua Roma, dove si era trasferito nel ’29. Una Roma vera, quotidiana. I vicoli, le osterie, gli operai, i tram, i bar, i cinema, gli orinatoi. E tutto è spesso illuminato dal sole. I versi di Penna sono tra i più solari del Novecento italiano.

Sandro amava la solitudine. Nella solitudine ritrovava la vita in tutto il suo splendore e in tutte le sue meraviglie.

Sandro Penna

L’urgenza delle poesie di Sandro Penna

Penna era indifferente alle scuole e all’essenzialità tipica della lirica novecentesca. La sua brevità non è essenzialità, la sua poesia non gioca sul togliere e sulla metafora. I suoi testi sono racconti fulminei e lirici. La lirica penniana, narrativa e non intellettualistica, ricorda piuttosto quella di Umberto Saba e di Giorgio Caproni. Ma in realtà ricorda solo se stessa.

La condizione appartata di Penna non ne agevolò l’affermazione. Ma il poeta perugino aveva degli estimatori che avevano colto da subito l’urgenza della sua scrittura, da Saba a Montale, da Pasolini a Solmi.

La bohème

Poetica è anche la biografia di Sandro, vissuto perlopiù in condizioni di povertà materiale. Accettava aiuti. I vicini di casa gli portavano la minestra. E leggendario era anche il suo disordine. Alcune foto lo ritraggono nella sua povera stanza di Roma, nascosto da scartoffie, cose inutili, spazzatura. Insomma, Penna era un poeta. Uno di quei poeti per i quali è abissale la distanza tra la povertà del mondo esterno e la ricchezza del mondo interiore.

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La limpidezza e l’erotismo delle poesie di Sandro Penna

Sandro Penna scriveva le sue poesie dove capitava, su fogli di fortuna, sui biglietti del tram, perché, in fondo, queste liriche non chiedevano la pubblicazione. Brillavano di luce propria, avevano solo urgenza di esistere.

Ma, se delle poesie di Penna colpisce innanzitutto la purezza, ne vanno sottolineati anche la sapienza metrica, lo splendido endecasillabo, le inarcature musicali. Perché alla limpidezza di questi versi non sottostà l’ingenuità.

La tematica esclusiva del poeta perugino è l’attrazione omoerotica, vissuta con pudore e leggerezza:

La vita è… ricordarsi di un risveglio

triste in un treno all’alba: aver veduto

fuori la luce incerta: aver sentito

nel corpo rotto la malinconia

vergine e aspra dell’aria pungente.

Ma ricordarsi la liberazione

improvvisa è più dolce: a me vicino

un marinaio giovane: l’azzurro

e il bianco della sua divisa, e fuori

un mare tutto fresco di colore.

Ma l’erotismo penniano si riversa su tutto, sulle scale della taverna, sugli odori dell’alba, sul fischio del pescatore, sul vento che soffia sul molo. E tutto sembra stare sotto un cielo azzurro.

L’inquietudine nascosta

Ma sotto questo cielo azzurro si infiltrano momenti di malinconia e lacrime segrete. Albe pungenti, nostalgie, estati malate, sottili disperazioni minacciano la solarità di questo canzoniere. E aprono uno spiraglio sull’aspetto più nascosto di Sandro Penna. Che in realtà era un uomo inquieto. Ma la sua poesia tendeva a fermare l’istante in cui la pena si capovolgeva in felicità fisica e spalancava gli orizzonti azzurri.

Cinque poesie di Sandro Penna

Il mare è tutto azzurro.

Il mare è tutto calmo.

Nel cuore è quasi un urlo

di gioia. E tutto è calmo.

*

Le nere scale della mia taverna

tu discendi tutto intriso di vento.

I bei capelli caduti tu hai

sugli occhi vivi in un mio firmamento

remoto. Nella fumosa taverna

ora è l’odore del porto e del vento.

Libero vento che modella i corpi

e muove il passo ai bianchi marinai.

*

Ero per la città, fra le viuzze

dell’amato sobborgo. E m’imbattevo

in cari visi sconosciuti… E poi,

nella portineria dov’ero andato

a cercare una camera, ho trovato…

Ho trovato una cosa gentile.

La madre mi parlava dell’affitto.

Io ero ad altra riva. Il mio alloggio

era ormai in paradiso. Il paradiso

altissimo e confuso, che ci porta

a bere la cicuta… Ma torniamo

alla portineria, a quei sinceri

modi dell’una, a quel vivo rossore…

Ma supremo fra tutto era l’odore

casto e gentile della povertà.

*

Sul molo il vento soffia forte. Gli occhi

hanno un calmo spettacolo di luce.

Va una vela piegata, e nel silenzio

la guida un uomo quasi orizzontale.

Silenzioso vola dalla testa

di un ragazzo un berretto, e tocca il mare

come un pallone il cielo. Fiamma resta

entro il freddo spettacolo di luce

la sua testa arruffata.

*

Il viaggiatore insonne

se il treno si è fermato

un attimo in attesa

di riprendere il fiato

ha sentito il sospiro

di quel buio paese

in un accordo breve…