Due poesie di Seamus Heaney

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Professore ad Harvard, saggista, traduttore, uomo di cultura attento anche alla cultura popolare (si pensi al suo apprezzamento delle canzoni di Eminem), Seamus Heaney (1939-2013) è stato innanzitutto uno dei poeti più lodati del Novecento. La sua fama è culminata nel ’95 con il Nobel per la letteratura, assegnatoli «per gli impianti di bellezza lirica e di profondità etica, che esaltano i miracoli giornalieri e la vita passata». Heaney è stato il quarto irlandese a essere insignito del Nobel, dopo Yeats, George Bernard Shaw, Samuel Beckett.

La grandezza della sua arte sta nella sua apparente quotidianità. Una quotidianità che però lascia uscire significati inattesi, alti. Le poesie di Seamus Heaney sono corpose, piantate a terra, ma capaci di profondità improvvise.

Di seguito due delle più belle poesie di Seamus Heaney, tradotte da Marco Sonzogni (la prima) e da Gilberto Sacerdoti (la seconda).

Scavare

Tra il mio pollice e l’indice riposa

la tozza penna, comoda come una pistola.

Da sotto la finestra, un suono aspro e netto

quando la vanga affonda nella terra ghiaiosa:

mio padre, che scava. Mi affaccio e guardo

finché la sua groppa tesa nello sforzo tra le aiuole

s’abbassa, si rialza vent’anni addietro

curvandosi ritmicamente tra i solchi di patate

dove stava scavando.

Il rozzo scarpone annidato sulla staffa, il manico

saldo contro l’interno del ginocchio a fare leva.

Sradicava gli alti ciuffi, affondava la lama lucente

per sparpagliare le patate novelle che raccoglievamo

stringendole con piacere fredde e dure tra le mani.

Per Dio, il mio vecchio la sapeva maneggiare, la vanga.

E così il suo.

Mio nonno tagliava più torba in una giornata

di ogni altro nella torbiera di Toner.

Una volta gli portai del latte in una bottiglia

con un tappo di carta abborracciato. Si raddrizzò

per bere, poi si rimise subito al lavoro,

fendenti e affondi netti, gettandosi le zolle

sopra la spalla, andando sempre più giù

dove la torba era migliore. Scavare.

L’odore freddo del terriccio sulle patate, il risucchio e lo schiaffo

della torba impregnata, i tagli netti di una lama

su radici vive mi si ridestano nella mente.

Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.

Tra il mio pollice e l’indice riposa

la tozza penna.

Scaverò con questa.

Scavare è bellissima. Contenuta nel libro d’esordio, Morte di un naturalista (1966), è anche un programma, oltre che una dichiarazione d’amore di Heaney per la sua famiglia e per la sua terra.

L’ultimo verso, «Scaverò con questa», è di una densità pazzesca. Non solo annuncia la poetica di una vita, il non accontentarsi della superficie delle cose, rappresenta anche l’estrema fedeltà del poeta nei confronti del padre e del nonno. Quasi sentendosi in colpa per la sua incapacità di scavare con la vanga come loro, Heaney comunque scaverà. A modo suo scaverà.

Seamus Heaney

La cartella

La mia cartella di cuoio cucita a mano.

Quarant’anni. Poeta, eri nel mezzo

del cammin quando l’avevo in spalla,

mezza piena di quaderni a righe azzurre,

e vedevo le mappe della classe,

il seme esposto, la carta appesa al muro,

spruzzata di rotte che tracciavano

degli archi sull’azzurro del North Channel…

E nel mezzo della strada per la scuola

margherite e denti di leone.

Che lieve è il sapere! La cartella

è morbida, leggera, consumata

e inesauribile come il cappello

di un mago itinerante per le scuole.

Prendila dunque come augurio e scorta

di parole mentre te ne vai, vestito

di tutto punto, e dopo all’improvviso

ti giri indietro e guardi come un bimbo

il primo giorno di scuola lasciando i genitori.

La cartella è una delle poesie più belle di Veder cose, il libro dei cinquant’anni di Seamus Heaney. Pubblicato nel ’91, questo libro è uno dei più fisici del poeta irlandese. È l’opera dove si fa ancora più chiara l’importanza dei limiti. È infatti grazie all’esistenza dei limiti che i limiti stessi possono essere superati. In questo superamento c’è la felicità dell’uomo.

La cartella è una lirica sullo stupore di essere vivi.

Spesso il ragazzo desidera di diventare adulto e l’adulto rimpiange di non essere più un ragazzo. La cartella di questi versi lega il ragazzo e l’adulto. È come se il primo fosse diventato adulto e il secondo fosse tornato ragazzo. Sembra che questa cartella renda possibile un mondo senza attese e senza rimpianti.