Nato il 19 febbraio del ’53 a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, Massimo Troisi già da adolescente aveva trovato la sua strada. Così nel tempo libero iniziò a frequentare il teatrino della parrocchia. Tra gli amici d’infanzia e di palcoscenico c’era Lello Arena. Massimo Troisi era timido, come timidi sarebbero stati i personaggi dei suoi film. Ma su quel legno era a suo agio.
Cominciò presto a scrivere qualcosina. Quel gruppo di giovani attori diventava sempre più professionale. A quel gruppo si era aggiunto Enzo Decaro. Troisi pescava dalla tradizione napoletana ma aveva un piede nella modernità.
Intanto i problemi di cuore di cui soffriva da piccolo lo portarono nel ’76 a Houston, dove subì un intervento.
In giro per i teatri
L’anno dopo, Troisi, Lello Arena e Decaro proseguirono da soli. Dopo un breve periodo in cui si chiamarono I Saraceni, diventarono La Smorfia, nome napoletano se altri mai. Il trio conquistò la gioventù di Napoli. Il successo portò i tre a Roma e in tutta Italia. Quello di Massimo Troisi e compagni era un cabaret fresco e anticonvenzionale. A partire dalla lezione di Eduardo De Filippo e di Totò, Troisi rinnovava la grande tradizione partenopea. Al centro di quegli sketch esilaranti c’erano il quotidiano, il lavoro, i mali della società, Napoli, la religione.
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Massimo Troisi e La Smorfia. Il successo televisivo
Dal ’77 al ’79, in Rai, andò in onda Non stop, un varietà rivoluzionario, diretto da Enzo Trapani. Il suo ritmo era veloce e moderno. Comici e balletti si susseguivano senza essere presentati. L’assenza del presentatore segnava il distacco dal varietà televisivo tradizionale. In più Non stop era giovanile e colorato, ed enfatizzava così la recente svolta della Tv a colori. Insomma, questo varietà ispiratissimo era figlio dei tempi e si impose come un modello.
Naturalmente il grande successo di queste carrellate di comici era dovuto molto ai comici, giovani semisconosciuti che portarono una ventata di aria fresca e diedero agli archivi Rai sketch che sarebbero diventati cult (si pensi ai personaggi di Carlo Verdone).
Massimo Troisi e i suoi due compagni furono scovati da qualche parte. Furono tra i protagonisti della prima stagione di Non stop, ottenendo grandi consensi. La loro comicità era intelligente e a tratti surreale. Le grandi vicende erano mischiate con il quotidiano. L’ironia era pungente e fresca. Il napoletano veniva usato in modo naturale, perché i tre erano napoletani che non giocavano a fare i napoletani. Questa sarebbe stata una delle caratteristiche dei film di Massimo Troisi.
La Smorfia frequentò i programmi televisivi fino all’inizio degli anni Ottanta, quando, all’apice del successo, con scelta coraggiosa e lungimirante, si sciolse. Tra gli sketch rimasti nella memoria di tutti, impossibile non nominare La natività, che portò i tre in tribunale per vilipendio alla religione dello Stato, San Gennaro, che metteva alla berlina la religiosità superficiale, quella che spinge a chiedere vantaggi materiali, e La fine del mondo, con gli indimenticabili minolli e rostocchi, «animali» fino ad allora sconosciuti.
Ricomincio da tre, il primo film di Massimo Troisi
Dopo varie proposte rifiutate, Massimo Troisi approdò al cinema. Ricomincio da tre uscì nel marzo dell’81 e fece il pieno al botteghino. Massimo, sceneggiatore, regista e interprete di Gaetano, il protagonista, ottenne svariati riconoscimenti: David di Donatello, Nastri d’argento e altro.
La storia ruota intorno a Gaetano, giovane annoiato della Napoli appena terremotata, che decide di trasferirsi a Firenze in cerca di nuove esperienze. Ricomincia da zero, anzi da tre, perché tre cose gli erano riuscite. Così esordì sullo schermo un tipo che nelle sue caratteristiche di base avremmo ritrovato in altri film di Massimo Troisi. Un napoletano che non è una macchietta, che è lontano dallo stereotipo del napoletano che se esce da Napoli allora è un emigrante. Un tipo che non è sfacciato, estroverso. Gaetano è un timido, preso da molte insicurezze. L’arte di Massimo si impose come un cinema dalle trovate divertenti ma anche come un cinema intimista e malinconico.
Questo personaggio tipico dei film di Massimo Troisi non è il napoletano ma è un giovane di Napoli, che sarebbe potuto essere romano o milanese. Gaetano, come altri personaggi dell’attore di San Giorgio a Cremano, parla napoletano solo perché è di Napoli e quella è la sua lingua. Troisi trova nel dialetto-lingua della sua terra una parlata genuina e confidenziale. Se fosse stato romano, avrebbe parlato il romanesco. L’arte di Troisi, gonfia di napoletanità, va oltre Napoli. Altro segno distintivo della recitazione di Massimo è la sua gestualità, che completa la parola.

Scusate il ritardo e la musicalità del linguaggio
Ma ciò che più incanta del cinema di Massimo Troisi è la sua parlata, che arrivò a compimento in Scusate il ritardo, il secondo film, uscito a due anni dal precedente. Una parlata introversa, piena di balbettii, di vocaboli monchi, di pause, di ripetizioni. Un linguaggio musicale e bellissimo. La singola parola acquista forza grazie alle interruzioni e al vuoto che la circonda. Una parlata interiorizzata, intima, adatta ai personaggi di Troisi.
Come in Ricomincio da tre, anche in Scusate il ritardo ci fu la partecipazione dell’amico Lello Arena.
Il protagonista del film è Vincenzo (Massimo Troisi), un ragazzo pigro e impacciato, che affronta il mondo e la sua storia d’amore tra mille titubanze. Nonostante alcune scene sembrino autonome e inserite a forza, la commedia ha una compattezza più profonda. Troisi scava nel suo animo. Frammenti sparsi della sua memoria e del suo mondo interiore compongono un quadro coerente, tra malinconie e momenti divertenti.
Gli altri film di Massimo Troisi
Dopo queste due regie, Massimo diresse e interpretò con successo Le vie del Signore sono finite del 1987 e Pensavo fosse amore… invece era un calesse del 1991, preceduti, nel 1984, da Non ci resta che piangere, che Troisi diresse e interpretò insieme a Roberto Benigni. I due protagonisti di questo cult sono caduti nel 1492. Non ci resta che piangere è divertimento puro. Il film è così spassoso che la comicità lo sorregge da sola. Il consulto con Leonardo Da Vinci, la lettera a Savonarola, la scena della dogana… In questo film l’improvvisazione la fa da padrone. È come se le riprese fossero state fatte all’insaputa dei due.
Massimo Troisi recitò in un’altra manciata di film, dove fu diretto in tre occasioni da Ettore Scola. Dalla fine degli anni Ottanta, il suo napoletano fece spazio all’italiano. Ma l’originalità della sua parlata restò viva.
Tra gli amici fraterni di Massimo va ricordato Pino Daniele, autore delle musiche di Ricomincio da tre, delle Vie del Signore sono finite e di Pensavo fosse amore… invece era un calesse.
L’attore ebbe varie relazioni. La storia d’amore più lunga fu quella con Anna Pavignano, incontrata ai tempi eroici di Non stop. Con la Pavignano Massimo Troisi collaborò per le sceneggiature di vari film, fino al Postino, anche dopo la fine della loro relazione.

Foto di Gorup de Besanez, CC BY-SA 4.0.
Il postino, l’ultimo film di Massimo Troisi
Nel ’94 Massimo era allo stremo delle forze, per i problemi di cuore di cui soffriva da sempre. Scelse comunque di girare Il postino, nato da una sua idea e diretto da Michael Radford. La storia d’amicizia tra Neruda (Philippe Noiret), in esilio in un’isola del Sud Italia, e il postino Mario (Troisi), i profumi del Mediterraneo, la favola d’amore tra Mario e Beatrice (Maria Grazia Cucinotta), i discorsi sulla poesia tra il grande poeta e l’umile e sensibile postino. Tutto è indimenticabile. Massimo Troisi diede verità e malinconie al suo personaggio. Il film ebbe consensi internazionali e cinque candidature agli Oscar. In quell’autunno del ’94, i botteghini furono presi d’assalto. Anche per la commozione. Ché il cuore di Massimo si era fermato, a poche ore dalla fine delle riprese.