Ramones, l’album che inventò il punk

Al momento stai visualizzando Ramones, l’album che inventò il punk

Ogni rock band che si rispetti ha un locale legato al suo nome. Spesso un locale squallido, che ha accompagnato gli inizi romantici e anonimi, tra scarso pubblico e odori cattivi. È in questi club leggendari, lontani dai circoli ufficiali, che tra pochi dollari e avventori pittoreschi, tra delinquenza e notti lunghe, le band di successo si sono fatte le ossa, resistendo con tenacia e convinzione ai fallimenti e alle fatiche, prima di emergere da quei sottoscala e lasciare il segno. Perché le cantine sporche e il successo planetario sono le due facce della stessa medaglia. Naturalmente i Ramones non potevano sfuggire a questa regola. Il CBGB di Manhattan, situato al 315 di Bowery, era il locale dove dal ’74 questi quattro ragazzi portarono a definizione le atmosfere del loro album di debutto, l’omonimo Ramones.

Il CBGB e il punk dei Ramones

Questo club era qualcosa d’indescrivibile, stando ai racconti di chi è passato tra le sue leggende. Muri sporchi, cessi puzzolenti, il cane del proprietario che espletava i suoi bisogni a ogni angolo.

Era il locale del punk newyorkese, i metri quadrati che accolsero per serate e serate i Television e Patti Smith. Ed era il locale dove Joey Ramone e compagni suonavano le prime cose, tra poche decine di spettatori, che mai avevano sentito quella violenza, fatta di scarsa tecnica e tanta energia. Nel CBGB i Ramones dissero a quel piccolo pubblico sbigottito che il rock era dei ragazzi e delle periferie, non dei musicisti d’accademia. Poi lo dissero al mondo con l’album Ramones.

I bagni del CBGB.
Foto di thenalis su Flickr, CC BY 2.0.

Ramones, un album che ha rivoluzionato il rock

È incredibile che questi quattro analfabeti musicali, conosciutisi a New York, nel Queens, abbiano rivoluzionato il rock, che ne siano una delle band più influenti e imponenti, comparendo ai primi posti di ogni classifica che si rispetti. Gli artisti che hanno un debito verso quell’album, Ramones, pubblicato il 23 aprile del ’76, sono innumerevoli. E la storia del rock sarebbe radicalmente diversa se alla metà di quel decennio non fosse apparsa dal nulla questa band rivoluzionaria. È incredibile che questi quattro analfabeti musicali abbiano fatto tutto questo.

Eppure questa cosa incredibile è scontata. Perché il rock, quello vero, è analfabetismo musicale. Analfabetismo e genio. Il fascino senza tempo dei Ramones sta proprio in questo: questi quattro figli del disagio, con alle spalle storie di metropoli, di periferie, di teppismo, questi quattro ragazzi vestiti tutti uguali, con giacche di pelle, jeans strappati, scarpe da tennis, erano l’incarnazione della preminenza del genio sull’abilità tecnica.

Ramones, un album sospeso tra rock delle origini e futuro

Alla base dell’arte di Ramones, se c’era spontaneità selvaggia, c’erano anche consapevolezza e progetto. Perché questi ragazzi sfruttavano le loro inabilità, le accentuavano, le rendevano evidenti. Le trasformavano in pregi. L’idea che stava alla base della grande arte di Ramones era tanto semplice quanto inaspettata, perché nulla, alla metà degli anni Settanta, poteva far presagire la comparsa sulla scena della furia grezza della band newyorkese.

L’idea era quella del ritorno allo spirito delle origini. Quando ci si allontana dagli inizi, tornarvi è una rivoluzione, è un passo in avanti, è modernità. Infatti il sapore di Ramones era sospeso tra primitivismo rock and roll e proiezione verso il futuro. Nessuno come questi quattro giovanotti ha richiamato le atmosfere semplici ed energiche del rock delle origini. Nessuno è stato capace di inventare, richiamando quelle atmosfere, una musica, il punk, che è il genere più importante dell’ultimo quarto di secolo. L’arte di Ramones è grande perché è un incrocio di passato e futuro.

La copertina di Ramones, parte integrante della leggenda di quest’album.

Un muro di rumore

L’idea sbucata dal nulla, che in realtà veniva dal disagio, dalle inquietudini, dalla voglia di riscatto e di affermazione di questi quattro ragazzi, figli del grigiore suburbano, era talmente potente, nella sua semplicità e chiarezza, che era tutta la musica di Ramones. Una musica impareggiabile, che derivava l’intera sua bellezza dal non essere musica, dall’essere un muro di rumore sconvolgente e ribelle.

Quell’idea uscì in tutta la sua forza perché non era nascosta da abbellimenti e lungaggini. Gli arrangiamenti quasi tutti uguali, solo un muro di rumore, niente assoli, niente di niente. I brani brevi o brevissimi. Due minuti, tre minuti, e via col prossimo pezzo. Una brevità modernissima, omogenea alla velocità della nostra società nevrotica. Queste canzoni erano piccoli, grandi capolavori, perché il loro essere niente di niente permetteva a quel muro di rumore di essere tutto, di uscire e manifestarsi in tutta la sua forza e chiarezza.

Nelle loro incapacità musicali, i Ramones erano capacissimi, perché l’abilità si misura sull’obiettivo che ci si prefigge. E i Ramones erano abilissimi perché dovevano essere inabili.

La voce di Joey Ramone era bellissima, riconoscibilissima, un pugno sonoro tirato in faccia al conformismo, all’art rock e al destino. Johnny Ramone era tra i chitarristi più grandi del rock, cosa che faceva morire d’invidia quelli che la chitarra la sapevano suonare per davvero. La sua stupenda rozzezza, unita alla velocità stratosferica, ne faceva un non musicista bravissimo.

Ramones, un album affermatosi nel tempo

Il pubblico apprezzò Ramones. Si sentiva bisogno di rock, perché il progressive, i lunghi assoli, gli arrangiamenti complessi, la bravura stavano minando le fondamenta di questa musica. Che è energia e ribellione. E perché con i Ramones tutti salimmo potenzialmente sul palco. Se suonavano loro, potevo suonare anch’io.

Ma se il successo di Ramones non tardò, aiutato da un numero sproporzionato di concerti, quel successo era ridicolo rispetto alla forza prorompente dell’album e all’influenza senza pari che ebbe sul rock coevo e futuro. A questi mezzi teppisti di genio capitò quello che in modo più evidente e comico era capitato nel decennio precedente ai Velvet Underground: un numero di copie vendute irrisorio rispetto all’immortalità decretata dal tempo.

Una lezione di rock

Ramones mise le fondamenta del punk. Ne scrisse l’alfabeto. Ne stabilì le coordinate. Ma va precisato che il punk si sarebbe affermato come genere nichilista, specie grazie ai Sex Pistols, mentre i Ramones suonavano pezzi fondati su storielle d’amore adolescenziali, su ritornelli semplici e accattivanti, mutuati dal rock and roll anni Cinquanta di Little Richard e di Chuck Berry e dai Beach Boys, su slogan insensati, sul divertimento e sulla goliardia (nondimeno erano storielle cariche d’inquietudine, perché vissute con un senso di lontananza e di nostalgia).

In ogni caso la musica di Ramones era il punk, era lo spirito del rock and roll delle origini. L’inversione della direzione della storia. Era rimettere indietro le lancette dell’orologio, che proprio per questo furono spostate in avanti. Le origini del rock si erano allontanate a tal punto, alla metà degli anni Settanta, che ormai, se riproposte, rappresentavano una novità e una rivoluzione.

Il primo album dei Ramones non era solo rock, era anche un saggio sul rock, era concetto, filosofia, una lezione, un compendio di questa musica. Chi volesse sapere cos’è il rock non dovrebbe far altro che mettere su Ramones.