Il concerto di Bob Marley a Milano

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Era il 27 giugno del 1980. Un’estate calda. Era un giorno limpido di quell’estate. Lo stadio era pieno. Era la notte delle centomila fiammelle. Ce lo avrebbe raccontato anche Antonello Venditti con la sua Piero e Cinzia. Era la notte di San Siro, naturalmente. La notte del concerto di Bob Marley a Milano.

Per la prima volta il tempio del calcio apriva alla musica. Poi sarebbe diventato la norma. Ma quella era una notte speciale. Una notte di luna piena.

Il concerto di Bob Marley a Milano, una piccola Woodstock

In ottantamila accorsero sul prato e sulle gradinate. Forse in novantamila. Forse in centomila. Le stime non sono facili. Quello che è certo è che fu un concerto leggendario, con un Bob Marley in splendida forma.

Qualcuno parla di una piccola Woodstock. Infatti le somiglianze tra il più celebre concerto rock e la sera di Milano non mancano. A cominciare dall’atmosfera.

Si usciva da un decennio tormentato, fatto di lotte, di contrapposizioni, che avevano investito anche la musica. Negli anni precedenti molti concerti erano stati vissuti tra tensioni e paure. Ma sul verde di San Siro, così come a Woodstock, dominarono la fratellanza e la condivisione.

Il concerto di Bob Marley a Milano come la fine di un’era

A far pensare a Woodstock c’è dell’altro. Il raduno dell’agosto del ’69, nei suoi colori e nella sua festa, era anche una fine. Un ultimo sogno. Allo stesso modo, la sera di Milano portava con sé i segni dell’autunno, anche se nessuno li vedeva. Quel concerto di Bob Marley era la fine di un’era. Il colpo di coda di certa musica.

Gli anni Settanta non erano stati facili. Un decennio di violenza, di siringhe nelle vene, di rabbia. Il rock, naturalmente, aveva espresso tutto questo. Nella seconda metà di quel decennio il punk aveva messo in subbuglio le metropoli e dato voce alle periferie arrabbiate. Ma persistevano in qualche modo nella musica gli ideali, la capacità di parlare in grande, di farsi bandiera di cose alte. John Lennon e Bob Marley avevano cantato la pace. E proprio John Lennon e Bob sarebbero morti a pochi mesi di distanza, nel dicembre dell’80 e nel maggio dell’81. Un simbolo del sipario che calava su quella musica.

Quella sera d’estate, a San Siro, sotto sotto soffiava un vento d’autunno. In quella notte dalle centomila fiammelle c’era come una nostalgia strisciante per ciò che finiva.

Bob Marley, bandiera degli oppressi

San Siro non avrebbe più visto qualcosa di simile. Per l’atmosfera, certo. Ma anche per la serata di grazia di Bob Marley. Era una serata di grande musica. Una musica capace di essere bandiera, di lottare, di dare speranza. La musica di Bob era un vessillo dei diseredati, dei discriminati, degli oppressi. Era musica di pace. Ma era anche musica di guerra, di chiamata alle armi, di ribellione.

No Woman No Cry, Could You Be Loved, Is This Love e via dicendo. Intonò tante hit Bob Marley quella sera. Poi Redemption Song, voce e chitarra, e furono brividi. Milano quella notte si spellò le mani e accese gli accendini (c’erano ancora gli accendini).

Una musica che arriva a tutti

Bob Marley era un artista a sé. Non poteva essere circoscritto in un genere. Questo era il tratto tipico delle sue canzoni. Che non erano rock, non erano pop, non erano soul. E in fin dei conti non erano neppure reggae puro. Le canzoni di Bob non erano niente. Quindi erano tutto. Non potevano essere limitate dalle definizioni.

L’artista giamaicano fece incontrare le sue radici e il mondo. Così il reggae, perdendo la sua purezza, diventò musica universale, e il rock fu rinnovato e rinvigorito. Poi i brani di Bob Marley erano ballabili e a un tempo parlavano di violenza, di razzismo, di oppressione politica. La musica di questo eroe della Giamaica, primo cantante del Terzo mondo a raggiungere un prestigio universale, arrivava a tutti, era di moda. Ma era alta. Parlava agli uomini di potere e ai ragazzi. L’arte di Marley era (è) un punto d’incontro e di equilibrio di tante cose.

Quell’estate

Quel 27 giugno, in quel buio limpido d’estate, i centomila si spellarono le mani e illuminarono la notte con gli accendini. Era una serata perfetta, fatta con la stoffa della spontaneità. Perché, se c’era stata attesa per quell’evento, il clima magico e irripetibile che si venne a creare fu qualcosa d’inaspettato.

Erano giorni duri, quell’estate. La tragedia di Ustica poco prima che Bob Marley salisse sul palco. Le ottantacinque anime volate via nel frastuono della stazione di Bologna dopo poco più di un mese. La notte di San Siro venne a cadere in mezzo al sangue e al dolore.

Vidi, mi ricordo, alcune immagini di San Siro dal Tg, dal piccolo televisore della mia cucina. La ricordo bene quell’estate. Avevo dieci anni e tanto futuro.