In questo articolo propongo tre poesie di Maurizio Cucchi.
Cucchi, con Dario Bellezza, Patrizia Cavalli e altri, è uno dei poeti che in Italia negli anni Settanta hanno portato alla ribalta la nuova poesia, quella degli autori nati dopo la guerra.
Esordi nel ’76 con Il disperso, libro accolto con favore dalla critica. Da questa raccolta ho tratto la prima delle poesie riportate sotto.
Il disperso sembra condensare la tradizione lombarda e gli intellettualismi del Novecento. Linguaggio colloquiale e frammenti di realtà bassa, che però sono intramezzati da silenzi.
Sono proprio i silenzi, le omissioni, l’assenza di collegamenti a dare a quei frammenti di realtà un alone lirico. Gli stessi puntini di sospensione, che il poeta milanese utilizza in abbondanza, hanno una funzione antinaturalistica. Quindi Maurizio Cucchi si inserisce nella tradizione lombarda ma nelle poesie del Disperso i pezzi di realtà non sono inseriti in un contesto narrativo. Il non detto verticalizza la quotidianità. E mette in risalto l’inquietudine che permea questi testi, la mancata adesione al mondo del soggetto.
Gli sviluppi successivi dell’opera di Maurizio Cucchi non tradiscono lo stile della prima raccolta, ma in alcuni libri, come in Poesia della fonte, da cui ho tratto le altre due poesie di questa scelta, sembra che Cucchi aderisca di più alla realtà. Che però resta intrisa di inquietudine, di disagio, di nostalgia.
Tre poesie di Maurizio Cucchi
Confessione intima
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . e poi
non capisco la ragione di questo grattarsi insistente sul di dietro. Avrà a che fare
(visto l’arrossamento,
i foruncoletti…)
con altri sintomi del genere (viscerali,
di solito, infiammazioni)? Prendo la pomata.
E intanto chi mi vede fa il di più. Che mi scoccia, con l’umido
e tutti i fatti miei e le telefonate alla cabina,
è il riscaldamento che non va: ho i piedi sporchi,
luridi. Giù da basso
stanno manovrando in quattro
con la caldaia a pezzi. Figurati se ho voglia
di scoprirmi…
Chissà perché
ieri sera a letto, spenta la luce,
la testa ficcata nel cuscino, avrei giurato
di sentire come un cric crac
di là, in cucina. E allora volevo svegliarti,
toccarti dentro, dirti:
«Cosa sarà, non senti?» Poi ho capito
che eri tu, nei tuoi affanni di respiro,
prima del sonno.
Quando saremo morti potrà raccontare:
«Mi portavano sempre il torrone. Ma io facevo fatica
a masticarlo. Sa,
per via dei denti…»
Tutto ciò forse presume sottintesi.
Non saprei dire.
. . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . .

Foto di Feefe79, CC BY-SA 4.0.
’53
L’uomo era ancora giovane e indossava
un soprabito grigio molto fine.
Teneva la mano di un bambino
silenzioso e felice.
Il campo era la quiete e l’avventura,
c’erano il kamikaze,
il Nacka, l’apolide e Veleno.
Era la primavera del ’53,
l’inizio della mia memoria.
Luigi Cucchi
era l’immenso orgoglio del mio cuore,
ma forse lui non lo sapeva.
*
Ma c’è chi osserva atterrito la sua tenebra ogni notte
e madido
annichilisce col capo sul cuscino
e per calmarsi si accarezza il viso,
sfiora incerto il corpo più vicino
e resta lì, capisce
il suo graduale trascolorare lento
fino a un biancore senza nome.
«All’incubo non c’è mai risveglio,
ma io lo guardo dritto.
Forse c’è un senso
di più docile armonia, che ti disfa sereno»,
pensa.
E trova casa in un altrove vagante,
si tramuta e si sparge nell’aria.