Charlie Chaplin. La biografia

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Le basi dell’arte universale di Charlie Chaplin vanno senz’altro cercate nella sua infanzia.

Infatti nei primi anni il piccolo Charlie apprese i rudimenti del mestiere dai genitori, entrambi uomini di spettacolo. In più la povertà materiale vissuta in quegli anni colorò la sua arte di malinconie e di ribellioni. Ma soprattutto gli odori della miseria lo spinsero a cercare il riscatto sociale. A tutto questo si aggiunga che i tipi osservati nelle periferie londinesi nutrirono la sua fantasia.

Charlie Chaplin nacque il 16 aprile del 1889 in un sobborgo di Londra. I suoi genitori si separarono l’anno seguente. Il padre, dedito all’alcol e malato di cirrosi epatica, sarebbe morto nel 1901 a trentotto anni. Era un cantante. La madre Hannah, cantante, attrice, ballerina, poco dopo la nascita di Charlie fu preda della follia e cadde in povertà. Internata più volte, sarebbe morta nel ’28.

A causa dell’indigenza familiare, Charlie e il suo fratello maggiore Sydney trascorsero un paio d’anni in istituti per orfani. Il piccolo Charlie Chaplin era l’ultimo della società. Per questo sarebbe diventato il primo, una star acclamata universalmente.

Charlie prese ben presto confidenza con il palcoscenico. Nei primi anni accompagnando la madre, nell’adolescenza muovendosi tra piccole compagnie locali. Una prima svolta ci fu quando entrò in una delle compagnie di Fred Karno, dove già lavorava il fratello. Il successo non tardò.

I primi film di Charlie Chaplin

In tournée negli Stati Uniti, Charlie fu notato dal produttore Mack Sennett, che nell’autunno del ’13 lo mise sotto contratto con la casa cinematografica Keystone. Iniziava il mito.

La settima arte era giovane e in fermento. Charlie Chaplin avrebbe contribuito in modo decisivo al suo sviluppo. Avrebbe legato il suo nome al cinema muto e poi al sonoro. Avrebbe colorato il cinema con le sue favole e con la sua poesia.

Nei primi anni con la Keystone fu protagonista di tanti cortometraggi, dirigendo se stesso dal ’14.

Le sue condizioni economiche migliorarono rapidamente, finché Chaplin non diventò il più pagato di tutti. La sua popolarità cresceva a vista d’occhio.

Anche la sua comicità si evolveva, intrecciandosi con il pathos e la critica sociale. L’attore londinese metteva le basi dei suoi capolavori imminenti. In più diventava perfezionista, curando ogni dettaglio e girando e rigirando le scene.

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Charlie Chaplin
Un giovane Charlie Chaplin.

Charlot

Intorno al ’15, arrivò a definizione il personaggio che avrebbe reso eterno Chaplin.

Charlot vestiva in modo buffo. Pantaloni esagerati, giacchetta corta, scarpe vecchie e grandi, bombetta. Il suo bastone, proiezione esterna di una segreta nobiltà, e il suo passo inconfondibile e buffo sarebbero rimasti tra i miti più solidi della storia del cinema.

Charlot era un emarginato, costretto ad arrangiarsi per sopravvivere. Era un atto d’accusa contro le ingiustizie sociali e i soprusi. Charlot era scaltro e non sempre esemplare nei comportamenti. Ma in fondo era di buon cuore, e trovava nell’umanità il rifugio dalle arroganze del potere. E poi era capace di essere felice con poco. Ma ciò che più colpiva di questo personaggio partorito dal genio di Chaplin era il contrasto, comico e carico di significato, tra la sua povertà e un certo atteggiamento signorile.

La vita privata di Charlie Chaplin e la United Artists

In quegli anni, Charlie Chaplin cominciò a far parlare di sé anche per la vita privata. Negli anni avrebbe avuto quattro matrimoni, anche con minorenni, dieci figli, divorzi costosi. Avrebbe intrecciato varie relazioni, tra cui quella con Edna Purviance, attrice in tanti suoi film.

Dopo aver cambiato varie case cinematografiche, nel ’19 Chaplin fondò la società United Artists, diventando produttore di se stesso.

Il monello. Charlot e il bambino

Il primo lungometraggio, Il monello, uscì nel ’21.

Charlie Chaplin disse di questo film che faceva ridere e forse anche piangere. Ma forse faceva piangere e anche ridere. In realtà la comicità e il pathos nel Monello erano così intrecciati e amalgamati che la risata e la lacrima erano una cosa sola.

Arrivava così a compimento il percorso di Chaplin dalla comicità a una comicità carica di sentimento. Una comicità che in più si colorava di protesta sociale, anticipando i capolavori successivi.

La storia di Charlot che si imbatte nel bambino abbandonato dalla madre e desideroso di affetto commosse il mondo e ci commuoverà sempre. I due intrecciano le rispettive povertà trovando la salvezza. Il monello è un’opera consolatoria, che ci suggerisce come la salvezza nasca dall’emarginazione e dalle difficoltà.

Ma ciò che più di tutto continua a meravigliarci del Monello è la capacità di Charlie Chaplin di non cadere mai nella svenevolezza pur mantenendo sempre calda l’opera. Il sentimento arriva fino al limite oltre il quale diventerebbe svenevolezza e resta in equilibrio su quel limite.

Il monello è forse l’apice della genialità di Chaplin. Un’opera limpida, screziata da venature autobiografiche. L’ormai ricco Charlie non aveva certo dimenticato la sua infanzia di disagi.

Charlie Chaplin
Charlie Chaplin e Jackie Coogan nel Monello.

Charlot, un’icona del cinema muto

Da quel momento, fino al ’36, Chaplin diresse e interpretò cinque lungometraggi, tra cui tre dei più iconici del cinema muto, La febbre dell’oro, Luci della città, Tempi moderni. Nonostante l’avvento del sonoro, Chaplin restò fedele al muto per salvaguardare la poesia di Charlot. Infatti questo vagabondo era stato inventato come personaggio del muto, e tutto il suo pathos risiedeva nell’abbigliamento, nel modo di camminare, nei gesti, nello sguardo, nei sorrisi. Le radici di Charlot affondavano nella pantomima e nel circo.

Da sottolineare che il 30 gennaio del 1931, a Los Angeles, alla prima di Luci della città, era presente Albert Einstein, e che Einstein e Chaplin erano fianco a fianco. Quando il pubblico del Los Angeles Theatre li vide e li applaudì, forse non sapeva che lì c’era un pezzo del Novecento, un pezzo del suo lato più bello e creativo.

Tempi moderni: l’operaio Charlot e l’ideologia di Charlie Chaplin

In questi film Chaplin diventava sempre più politico. Tempi moderni, in particolare, portava alla luce le contraddizioni della società moderna.

In questo capolavoro, che è tra i vertici dell’arte chapliniana, l’uomo è alienato, preda delle macchine, della produzione, della velocità. Non ha più tempo di essere uomo, quasi diventa cosa tra le cose. In Tempi moderni l’operaio Charlot è nevrotico, ripete movimenti in modo meccanico, avvita bulloni a velocità disumane, non ha il tempo di fumarsi una sigaretta, viene controllato con le telecamere ovunque.

Chaplin contesta il mito del progresso, e vi oppone il suo tenace umanesimo.

In particolare è esilarante la scena in cui scelgono Charlot per sperimentare una moderna macchina da alimentazione che dovrebbe dar da mangiare agli operai. Perfino la pausa pranzo è messa in discussione. Ma il macchinario non funziona bene, e il povero Charlot è vittima di una serie di contrattempi spassosi.

Tempi moderni, l’ultimo film muto di Charlie Chaplin, era una sorta di sintesi del suo percorso. Infatti il suo intervento ideologico sul mondo, che era l’estremo approdo dell’arte muta di Chaplin, si serviva di comiche divertentissime, che richiamavano i suoi antichi cortometraggi. E suprema era anche la sintesi di gusto del frammento e visione d’insieme. Scene comiche quasi autonome inserite in un coerente contesto ideologico.

Charlot sembra trovare la via d’uscita grazie all’amore per una ragazza, che salva da più di una sventura. Dopo varie e spassose vicissitudini, il film si chiude con i due che si allontanano di spalle speranzosi, tra spazi illimitati. È il finale più iconico di Chaplin.

Era questa l’ultima favola di Charlot. Questo clown commovente, povero, umano, venuto dagli abissi di Chaplin e della sua infanzia, ci salutava ed entrava nelle leggende.

Il grande dittatore, il primo film sonoro di Charlie Chaplin

Eravamo alla fine degli anni Trenta. Il delirio di Hitler era sempre più demoniaco. Charlie Chaplin doveva parlare.

Il grande dittatore uscì nel 1940, e segnò l’ingresso di Chaplin nel sonoro.

La lavorazione del film fu piena di difficoltà, come la sua distribuzione. Ma Il grande dittatore fu l’apice del successo dell’attore britannico. Gli incassi furono stratosferici.

Il coraggio e la denuncia di Chaplin, l’irrisione della dittatura, scene entrate nell’immaginario collettivo come quella in cui il dittatore della Tomania (evidente caricatura di Hitler) gioca con il mappamondo, il discorso finale carico di umanità fanno di questo film un caposaldo del cinema e una pietra miliare della cultura del Novecento.

Charlie Chaplin aveva raggiunto l’apice.

Il trasferimento in Svizzera e l’Oscar alla carriera

Il grande regista girò ancora quattro lungometraggi. Ma la sua leggenda era già stata scritta.

Rieditò alcuni film.

Il monello, reso più asciutto con l’eliminazione di alcune scene e arricchito di una colonna sonora composta dallo stesso Chaplin, tornò nelle sale nel ’71, a mezzo secolo dalla sua prima apparizione. Il monello è senz’altro tra i lasciti più preziosi del genio britannico ed è il suo film più poetico e limpido.

Chaplin non era comunista. Ma le sue idee progressiste, la contestazione di un sistema di produzione che metteva in secondo piano l’uomo, certi suoi film come Tempi moderni lo rendevano sospetto agli occhi dell’America, dove l’attore viveva da quando nel ’13 Mack Sennett lo aveva messo sotto contratto con la Keystone.

Nel ’52 Chaplin, che non aveva mai chiesto la cittadinanza statunitense, dopo una presa di posizione di Washington, mentre era in Europa per la prima di Luci della ribalta, decise di stabilirsi in Svizzera, dove sarebbe morto la notte di Natale del ’77.

Nel ’72, Charlie Chaplin rimise i piedi sul suolo americano per ritirare l’Oscar alla carriera. Gli venne assegnato «per l’incalcolabile effetto avuto facendo del cinema la forma d’arte di questo secolo». L’interminabile applauso, infatti, sembrava rivolto più al cinema che a un uomo.