Tracy Chapman, un album indimenticabile

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Quando nella primavera dell’88 Tracy Chapman pubblicò l’omonimo album di debutto, il mondo della musica non le assomigliava. Lei, così poco appariscente, nella musica come nel comportamento, non sembrava un’artista uscita da quel decennio. In quegli anni, in effetti, il rock si muoveva tra dance, elettronica, il sogno di un’estate infinita. Invece Tracy si presentò con le sue malinconie e con la sua essenzialità. Voce, chitarra, poco altro.

In quell’album Tracy Chapman combinava le sue radici gospel con il rock e con il folk.

Vecchia bambina nera di Cleveland, portava in quelle tracce la sua urgenza di giustizia. Afroamericani, poveri, vittime della violenza e delle leggi entravano in quell’esordio. Ma l’Lp era gonfio anche di esistenzialismo.

Un album indimenticabile

Talkin’ ‘bout a Revolution, Fast Car, Baby Can I Hold You, pubblicate anche come singoli, sarebbero restate tra le vette della produzione della Chapman. Che snocciolava un gioiello dietro l’altro come se niente fosse, con una naturalezza che non avrebbe più ritrovato. In particolare Fast Car, con quell’ispirata frase di chitarra che non avremmo dimenticato, era tra le cose migliori di quello scorcio di decennio. Una canzone dove la fuga fisica, man mano che il brano va avanti, si rivela illusoria e porta la necessità di una fuga più profonda che permetta di alzarsi sulle macerie della vita.

L’album ebbe un successo inaspettato e riconoscimenti critici. Il grande numero di copie vendute derivava anche da questo. Le radici black di Tracy interagivano con la sua vena pop.

Una bandiera di libertà

I momenti di sdegno e di protesta, decisi se altri mai, conservavano nel canto una sorta di pacatezza. Questo contribuì a fare della Chapman una bandiera autorevole dell’antirazzismo. L’artista tra l’altro fu tra i protagonisti del grande concerto dell’11 giugno dell’88 di Wembley, organizzato per i settant’anni di Nelson Mandela. Oltre a Tracy, in tanti cantarono per il leader sudafricano, tenuto ancora in prigione dal potere razzista del suo paese, dai Simple Minds a Peter Gabriel, da Whitney Houston ai Dire Straits, da Eric Clapton a Stevie Wonder. La Chapman era lì, ad alzare la sua voce per Mandela e per i diritti.

Tracy Chapman, un album sbucato dal nulla

Prima di quel 33 d’esordio, Tracy cantava nelle strade e nei bar, dove fu notata. Dopo quella pubblicazione di enorme successo, schivò il mondo delle star. Continuò a vivere nella sua Cleveland, come se niente fosse. Non aveva atteggiamenti divistici. Anche da questo deriva il fascino di Tracy Chapman, un album che profuma di urgenza e di verità. Un manipolo di canzoni lontano dai riti dal mainstream, che sembra sbucare dal nulla.

Ma a colpire di più di questo 33 è la voce, che affascina al di là di ciò che canta. Una voce profonda, che sale su da un dolore atavico.