L’eclisse di Michelangelo Antonioni

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La Roma de L’eclisse, film del 1962 diretto da Michelangelo Antonioni, è una Roma irreale e metafisica. Una città lontana dai suoi simboli. Una città anonima, come anonimi sono i personaggi che vi si muovono. È una Roma desolata e deserta. L’attraversano figure rare, perse nei loro silenzi e nelle loro solitudini. In più le architetture squadrate e gli arredi delle abitazioni contribuiscono a dare un senso di alienazione e di smarrimento. Più d’uno ha pensato alla pittura metafisica di De Chirico.

Questo spazio irreale non è il teatro dove si muovono i protagonisti, è il protagonista. La società è quella del boom economico, persa dietro futili progressi materiali. I personaggi si perdono tra le cose. Diventano essi stessi cose, parte delle architetture e degli arredi. Ed è per questo che Roma, la Roma desolata e deserta di Antonioni, si alza a protagonista.

I personaggi de L’eclisse

Fatta eccezione per Vittoria, interpretata da una favolosa Monica Vitti, gli uomini e le donne de L’eclisse non sembrano provare né angoscia né felicità, perché la felicità non è l’ebrezza momentanea di un guadagno o di un’automobile nuova. Sono degli automi, degli ingranaggi, mimetizzati nello spazio, tra le case, tra le strade geometriche e deserte. Si muovono tra i modelli di felicità della società del boom. I personaggi de L’eclisse hanno perso la loro umanità, il calore dei rapporti personali, la capacità di comprendere il prossimo. Sono freddi come il marmo. La loro vita è superficie, apparenza. Tra i silenzi e gli smarrimenti di Antonioni, irrompono, e vi acquistano forza per contrasto, i fragori della Borsa, simbolo dell’arrivismo.

Vittoria è l’unica a essere inquieta. Non riesce a prevalere sull’aridità che la circonda, ma ne percepisce la noia e la disumanità.

Dopo aver lasciato il suo fidanzato, Vittoria cerca la madre alla Borsa. Lì si imbatte in Piero (Alain Delon), un giovane agente di cambio. Dopo non molto i due intrecciano una relazione. Ma questa storia non ha nulla di poetico. È per entrambi solo un modo per sfuggire alla quotidianità desertica. I loro incontri sono fitti di silenzi e di frasi fatte. La Roma estiva che li circonda è irreale. Nessuno come Antonioni ha saputo portare sullo schermo quei silenzi vuoti, quella noia mortale.

Monica Vitti e Alain Delon in una scena de L’eclisse.

L’inquietudine di Michelangelo Antonioni e il mito di Monica Vitti

Gli ultimi minuti de L’eclisse, in cui, dopo che Vittoria e Piero non si sono presentati al solito appuntamento, sono protagonisti le strade, gli edifici, i passanti occasionali, lo spazio entro cui i due s’incontravano, confermano e chiariscono il senso del film. Protagonista è la città, con le sue architetture. Protagonisti non sono gli uomini, ma i segni lasciati dagli uomini. L’uomo disumanizzato è identificato con le sue opere.

Così L’eclisse porta alle estreme conseguenze l’impietosa analisi sociale di Michelangelo Antonioni, e rappresenta uno dei punti più alti dello smarrimento e dell’inquietudine del grande regista.

Questo film in più conferma il mito di Monica Vitti, colta nello splendore della sua gioventù. Di lì a poco la Vitti avrebbe frequentato la commedia all’italiana, mostrando tutta la sua duttilità, recitando con Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi e tanti altri. Oggi possiamo dire che è lei, con Anna Magnani e poche altre, la più grande attrice italiana. La sua voce roca, la sua capacità di farsi interprete dei disagi esistenziali, il suo muoversi con disinvoltura dal dramma alla commedia, dall’impegno alla risata, la sua bellezza e il suo fascino indiscutibili hanno lasciato un segno incancellabile nella storia del cinema.

Ma la sua gloria è prima di tutto affidata all’essere stata musa di Michelangelo Antonioni, ne L’eclisse e in altri capolavori, e interprete sincera delle ansie della vita moderna.