Vienna, l’album capolavoro degli Ultravox

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Gli Ultravox pubblicarono Vienna, il loro quarto album, nell’estate del 1980.

Con l’arrivo di Midge Ure (cantante e chitarrista) al posto di John Foxx, gli Ultravox persero il punto esclamativo alla fine del loro nome. E trovarono una nuova identità. Infatti, se John Foxx spingeva verso uno sperimentalismo più netto, ora la musica della band inglese era libera di virare verso un synth pop più commerciale e verso atmosfere più decadenti. Intendiamoci, con Vienna non veniva meno la vena avanguardistica degli Ultravox, ma quella vena ora strizzava l’occhio alle classifiche e a una malinconia dal sapore mitteleuropeo.

Un album elegante

A colpire di questo Lp è prima di tutto la raffinatezza, che molto è dovuta ai sapori di musica classica che interagiscono con il suono del sintetizzatore. Una raffinatezza annunciata dal bianco e dal nero della sua indimenticabile copertina. A questo si aggiunga che già il titolo dell’album, Vienna, evoca l’eleganza, oltre ai languori del nord.

Oltre a Midge Ure, gli altri elementi del gruppo erano Warren Cann, Chris Cross, Billy Currie, quelli di sempre. In particolare il violino di Billy Currie è decisivo per la malinconia raffinata di Vienna. Così come decisiva è la produzione impeccabile di Conny Plank.

Vienna, l’album con cui gli Ultravox sintetizzarono gli anni Ottanta

A colpire di quest’album è anche questo. Con Vienna gli Ultravox sintetizzarono gli anni Ottanta proprio all’inizio di quel decennio.

Gli anni Ottanta sono stati caratterizzati da diverse tendenze. Innanzitutto l’elettronica, che con il new romantic dei Duran Duran e degli Spandau Ballet prese una via decisamente pop. Poi l’angoscia che i gruppi dark cavavano dalle feste di quegli anni. E naturalmente la vena sperimentale. Con Vienna gli Ultravox piegarono l’elettronica verso il pop senza però eccedere, conservando una chiara impronta elitaria e sperimentale, e diedero corpo alle loro malinconie senza però cadere mai nel baratro dell’angoscia. Insomma quest’album era il punto d’incontro di tante cose. Era la sintesi dell’epoca che stava nascendo. Era il manifesto di quell’epoca.

Un disco epocale

Sono tanti i brani memorabili dell’Lp. Innanzitutto Astradyne, uno strumentale di sette minuti posto in apertura, che è un perfetto ingresso per l’album, tra sintetizzatori, audacia metropolitana, suono meccanico. Poi Sleepwalk, in perfetto equilibrio tra sperimentazione e pop. Naturalmente Vienna, che dà il titolo all’album, una canzone colma di un clima europeo freddo ed elegante, di atmosfere malinconiche, di lamenti di violino prestati al pop. E via via gli altri pezzi.

Ma non c’è da dilungarsi sulle singole canzoni. Perché con Vienna gli Ultravox non misero sul mercato una raccolta di canzoni ma un lungo discorso, un album compatto, fatto di sinfonie pop, di sintetizzatori solenni, di malinconie, di decadenza mitteleuropea, di avanguardia elettronica che strizza l’occhio alle classifiche, di ritmi rock e di lentezze struggenti. Vienna è tante cose ridotte a unità.

Vienna è una profezia degli anni Ottanta. Con questo lavoro gli Ultravox diedero vita a un vertice del synth, che tanta parte avrebbe avuto nel corso del decennio. Una perla in cui convergono le strade di quell’epoca, dalla sperimentazione all’inquietudine, dal pop romantico a tutto il resto.

Sono tante le band che negli anni Ottanta hanno guardato a Vienna, dai Depeche Mode agli a-ah. Un album che ancora oggi suona fresco, pulito, ispirato.