Leggiamo una delle più belle poesie di Vivian Lamarque, tratta dal suo primo libro, Teresino, pubblicato nell’81, vincitore del Viareggio per l’opera prima:
l’amore mio quando era bambino era timidissimo con le bambine
anch’io quando ero bambina ero timidissima con i bambini
forse però l’amore mio un giorno mi avrebbe chiesto come ti chiami
e dopo avrebbe giocato con me un po’ a palla
E ancora, sempre da Teresino:
l’amore mio quando era bambino
chissà che grembiulini metteva
e se era un bambino buono o così così
l’amore mio quando era bambino
se sapevo dov’era me lo rubavo
Salta subito agli occhi il filo conduttore di questi versi, che poi è il filo conduttore di tutto il primo libro: la solitudine. La mancanza, l’assenza. Il rimpianto. Ma salta agli occhi anche questo: la solitudine e il rimpianto non portano alla disperazione. Tirano fuori una lacrima, che però è un misto di dolore e di dolcezza. La solitudine è occasione per la poetessa di trovare casa in un altrove malinconico.
A colpire di queste due poesie di Vivian Lamarque, e di tutta la sua opera, è anche la spontaneità della scrittura, che ci ricorda il linguaggio infantile. La Lamarque è lontana dagli intellettualismi. La sua è poesia nel senso più tradizionale del termine. In questo ci ricorda Sandro Penna e Patrizia Cavalli. Già nel ’72, commentando alcune sue poesie apparse su «Paragone», Giovanni Raboni diceva che «la Lamarque ha questa grazia, questa ingenuità di scrivere poesie come se si trattasse di compiere un gesto che non ha nulla a che fare con la letteratura».
Ma quella spontaneità, proprio come in Penna e nella Cavalli, è anche in qualche modo sorvegliata. La Lamarque si ferma sempre un attimo prima di cadere. E poi i suoi versi sono nobilitati da una musica sottile e dalla grazia naturale del tocco.
La solitudine nelle poesie di Vivian Lamarque
La solitudine cantata in Teresino è così vasta che diventa desiderabile anche sentirsi dire in punto di morte «mi dispiace molto che tu muoia»:
chissà se l’amore mio ci sarà
quando sarò in punto di morte
mi piacerebbe tanto di sì
e che mi stesse vicino vicino
tanto è l’ultima volta
e che mi dicesse delle cose commoventi
per esempio mi dispiace molto che tu muoia
Il dolore che impregna Teresino ha radici in una delicata situazione familiare:
A nove mesi la frattura
la sostituzione il cambio di madre.
Oggi ogni volto ogni affetto
le sembrano copie cerca l’originale
in ogni cassetto affannosamente.
Ma in tutto questo dolore Vivian Lamarque riesce a trovare rifugio dentro di sé e nella sua umile quotidianità:
Quando spegne la luce la sera
e si racchiude nella posizione fetale
il tepore materno paterno coniugale
le viene da uno scaldaletto metallico
contenente acqua calda.
Versi splendidi che riescono a caricare di poesia toccante un oggetto prosaico come lo scaldaletto. Ecco, l’aggettivo «toccante» è forse quello più adatto alle poesie di Vivian Lamarque. Che riescono a bucare la scorza del lettore, a metterlo davanti alla sua solitudine e alla sua fragilità, a fargli uscire una lacrima.