La collaborazione tra Lucio Battisti e Mogol ha dato vita ad alcune delle canzoni italiane più belle. I due hanno rinnovato la tradizione senza violentarla. Hanno ottenuto consensi critici e consensi di massa.
Battisti ha cantato il quotidiano. Un quotidiano mai banale. La sua musica è melodica e a un tempo ricca di innovazioni. Le storie di Mogol sono fresche e ispirate. Piene di inquietudini, gioventù, amori, delusioni.
Di seguito otto delle canzoni più belle di Lucio Battisti e Mogol. Di gioielli ce ne sono naturalmente tanti altri. Da Non è Francesca a Balla Linda, da Acqua azzurra, acqua chiara a Il mio canto libero, da Io vivrò (senza te) a Il tempo di morire. Senza contare quelli che la coppia ha affidato a Mina, a Patty Pravo e a tanti altri.
Un’avventura
Un’avventura fu pubblicata come singolo all’inizio del ’69, accompagnata da Non è Francesca sul lato B. Entrambe le canzoni trovarono poi posto nell’album omonimo di debutto di Lucio Battisti, pubblicato nel marzo dello stesso anno. Con Un’avventura l’artista di Poggio Bustone partecipò al Festival di Sanremo. Fu l’unica volta.
Il brano è importante perché mostra con chiarezza il tratto principale della collaborazione Battisti-Mogol. I due individuarono già dalla fine degli anni Sessanta la loro strada. Un’avventura è infatti un punto d’incontro di semplicità e di raffinatezza. Proprio per questo la canzone fece presa sul pubblico, diventando uno dei più grandi successi di Battisti. Da un lato il testo semplice, la dichiarazione d’amore di un ragazzo alla sua lei, e il ritornello cantabile. Dall’altro un tocco beat e il rhythm and blues dei fiati, che distinguevano il pezzo dalle tante canzoni d’amore.
29 settembre
29 settembre è il secondo brano dell’album d’esordio e una delle canzoni più iconiche di Lucio Battisti e Mogol. Fu incisa per la prima volta nel ’67 dall’Equipe 84.
Alla bellezza e all’importanza di 29 settembre concorrono vari fattori.
Innanzitutto, come per Un’avventura, c’è un incontro di semplicità e di coraggio. Ma qui è senz’altro il coraggio a prevalere. La storia d’amore si intreccia con un tradimento. E non era facile in quegli anni mettere in musica un rapporto occasionale, in un contesto ancora provinciale come quello italiano.
Poi le sfumature psichedeliche, sia nelle parole che nella musica, che confermavano l’interesse di Battisti per quel che accadeva oltre i confini. Infatti versi quali «guardavo il mondo che / girava intorno a me» e «e tutta la città / correva incontro a noi» fanno pensare agli effetti degli acidi. 29 settembre è un brano modernissimo, dove l’amore si intreccia con l’ebbrezza e con la trasgressione. Con questa canzone gli anni Sessanta arrivavano anche in Italia.
Poi la struttura del testo, con la sua circolarità e l’intreccio dei piani temporali. Un testo articolato, che andava ben oltre le solite storielle della canzonetta.
Infine l’interpretazione indimenticabile di Battisti. In effetti il canto così coinvolto di Lucio contribuisce a chiarire il testo poetico, specie sul finire della canzone, quando la voce comunica tutta la futilità del tradimento ed esprime come meglio non si potrebbe il desiderio incontenibile di rituffarsi nella normalità.
29 settembre è un brano limpido, modernissimo, anticonvenzionale. Eppure è un brano alla portata di tutti. Battisti e Mogol, insomma, non ripudiavano la canzone di massa, ma si incaricavano di guidarla verso orizzonti nuovi.

Fiori rosa, fiori di pesco
Fiori rosa, fiori di pesco apre Emozioni, album pubblicato alla fine del ’70. Questa canzone è un gioiello. Un pezzo da novanta di ogni collezione battistiana.
La prima parte ci fa sentire i profumi della primavera, l’ebbrezza della gioventù, il senso della rinascita. Il desiderio di riprendere una storia d’amore. Ma quando lui trova la sua ex con un altro, ecco l’inverno e il gelo. La delusione più inaspettata. Quell’amore appartiene al passato.
Le parole ispirate, la struttura del testo, la melodia indimenticabile. Tutto concorre a un esito emozionante.
Un brano cantato e ricantato, chitarra in mano, nelle feste, nelle gite scolastiche, nelle sere d’estate. Fiori rosa, fiori di pesco ha accompagnato generazioni di ragazzi. I sogni, le speranze, le delusioni, i fremiti, gli innamoramenti della giovinezza. Una canzone che si è caricata dei ricordi e delle emozioni di ognuno di noi, arricchendosi di significati ulteriori.
Questo brano in più rende chiaro una volta ancora l’equilibrio di comprensibilità e innovazione trovato da Battisti e Mogol.
Nelle canzoni di Lucio Battisti e Mogol, la tematica prevalente è quella tradizionale del rapporto di coppia. Ma l’ovvietà cede il posto alle delusioni, ai rimpianti, ai tradimenti, all’inquietudine. Inoltre la musica è sì orecchiabile ma è screziata dalle contaminazioni, dalle venature blues, soul, rock, progressive. E poi i testi di Mogol sono ispirati. Il suo è un linguaggio che ripudia l’enfasi ed esalta la quotidianità. Una poesia fresca e credibile. E poi la voce di Battisti. Una voce non istituzionale, emozionante. Un canto che è davvero interpretazione e poesia.
Fiori rosa, fiori di pesco è una delle canzoni che meglio rappresentano gli aspetti tipici dell’arte di Lucio Battisti e Mogol. Un brano incantevole.
Mi ritorni in mente
Mi ritorni in mente è un’altra canzone favolosa. Un brano dove l’interpretazione di Battisti si alza ancora una volta a protagonista. La sua voce comunica tutta l’incredulità che accompagna un tradimento inaspettato.
La forza di Mi ritorni in mente sta nel gioco di contrasti. Sul piano musicale, dal clima tradizionale si passa a improvvise atmosfere black. Sul piano tematico, la figura angelica della ragazza, così dolce nei ricordi di lui, rende lacerante e incredibile il suo tradimento.
Emozioni
Emozioni è un caposaldo del canzoniere. Sia per la sua bellezza, sia perché, nel primo Battisti, è quasi un unicum. Infatti Emozioni non racconta una storia d’amore, sebbene una sofferenza d’amore sia sullo sfondo di queste malinconie. Protagonista è lo stupore. Nelle linee musicali di Lucio, nei versi irregolari di Mogol, nell’interpretazione. Il brano nacque, è storia nota, lungo un viaggio a cavallo dei due autori da Milano a Roma. Tra le sorprese e la calma della natura, Battisti inventò quelle malinconie, che poi Mogol tradusse in parole. Il protagonista di Emozioni si guarda dentro. È assorto e triste.
La canzone del sole
La canzone del sole e i suoi tre accordi sono la fortuna di ogni ragazzo con la chitarra. «Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi» è l’incipit per eccellenza. Questo brano è semplicità e bellezza.
Splendido il contrasto mogoliano tra la ragazza e il ricordo della bambina che fu. Tra la sua malizia di oggi e l’innocenza persa. Tra il mare nero del presente e il mare chiaro e trasparente di un tempo.
Ispiratissimi i versi sullo smarrimento del protagonista davanti all’approccio della sua amica d’infanzia, ormai donna («e d’improvviso quel silenzio fra noi / e quel tuo sguardo strano / ti cade il fiore dalla bocca e poi / oh no, ferma, ti prego, la mano»). Una meraviglia.
Mogol esprime la purezza dell’età ormai perduta con immagini tra le più incisive e fresche della sua arte. «Ma ti ricordi l’acqua verde e noi / le rocce, bianco il fondo»; «Le biciclette abbandonate sopra il prato e poi / noi due distesi all’ombra»; «Ma ti ricordi le onde grandi e noi / gli spruzzi e le tue risa». Indimenticabile.
Pensieri e parole
Pensieri e parole è un capolavoro del ’71. Manco a dirlo, spopolò. Con i decenni si è affermata come una delle canzoni più prestigiose di Lucio Battisti e Mogol.
La struttura è singolare, ed evidenzia una costante voglia di sperimentazione. Due melodie che si alternano, poi si sovrappongono e infine si fondono. Come a sottolineare l’indecisione e i pensieri che si accavallano nel momento della separazione cantata nel brano. Ancora una canzone d’amore che si oppone alla tradizione delle canzoni d’amore.
L’inquietudine e il dolore colano da ogni verso. L’incomunicabilità tra i due ha la meglio. Del resto lei che ne sa «di un bambino che rubava / e soltanto nel buio giocava», «della nostra ferrovia», e della «paura d’esser preso per mano»? La poesia di Mogol porta a galla i ricordi e i tormenti della sua infanzia. Pensieri e parole e la successiva I giardini di marzo, in questo senso, si guardano in faccia e si fanno l’occhiolino. Frammenti strappati a una memoria antica su cui poggia l’uomo di oggi, che lei conosce fino a un certo punto. Allora ognuno per la propria strada. Ma con la morte nel cuore e la tenerezza di sempre («cara, non odiarmi se puoi»).
È incredibile che la bellezza di quella poesia e l’azzardo di quella struttura musicale vadano a braccetto con il successo di massa.
I giardini di marzo
Se Battisti avesse cantato solo I giardini di marzo sarebbe lo stesso nella storia della canzone italiana.
Se le canzoni incantevoli di Lucio Battisti e Mogol sono innumerevoli, I giardini di marzo è un monumento.
La poesia di Mogol qui è ai suoi vertici. I ricordi dell’infanzia povera. Il vestito consumato della madre con i fiori che però erano intatti, «non ancora appassiti». La solitudine e l’introversione. L’incapacità di vendere i libri all’uscita di scuola. I frammenti intensi che emergono da un passato antico («Il carretto passava e quell’uomo gridava “gelati”»). Poi l’oggi, dove per un momento l’amore vince le inquietudini di una vita. Ma più che di una storia d’amore si tratta dell’Amore, quello con la A maiuscola («l’universo trova spazio dentro me»).
La melodia di Lucio è immortale. L’interpretazione è stratosferica. Sommessa e assorta nelle parti più malinconiche, spiegata nel refrain, dove l’amore prende il sopravvento.