Le canzoni di Jacques Brel (1929-1978), chansonnier belga di lingua francese adottato da Parigi, sono tra le più importanti e belle del Novecento. La sua poesia e le sue interpretazioni ricche di pathos hanno influenzato più generazioni.
I cantautori di lingua francese affermatisi negli anni Cinquanta hanno posto le basi della moderna canzone d’autore. Venuti prima di Bob Dylan, hanno tracciato la strada. Georges Brassens, con le sue interpretazioni immobili e con la sua strumentazione spoglia, ha influenzato quei cantautori la cui arte si basa tutta sulla parola e la cui musica è perlopiù amplificazione della parola. Le canzoni di Jacques Brel, la cui poesia si intreccia a musiche pregevoli e le cui interpretazioni hanno la stessa importanza della scrittura, hanno invece esercitato un’influenza più ampia.
Di Brel sono memorabili anche i concerti, dove dava tutto se stesso. Davanti alle platee, la sua indole teatrale si esaltava. Gesti, smorfie, bagni di sudore… Ogni brano riceveva nuova vita.
Per il giovane Jacques, cresciuto in un contesto conformista, educato rigidamente, l’incontro con il fascino della vita parigina significò, oltre all’affermazione artistica, il rigetto pieno del conformismo. L’attacco frontale al conformismo borghese in effetti caratterizza alcune vette del suo canzoniere.
Artista inquieto se altri mai, Brel, con la sua poesia gridata o sommessa, ha espresso le sue inquietudini cantando personaggi deraciné, la mediocrità del provincialismo, amori tormentati, il brivido della vita.
Sul piano della musica, che attinge dalla chanson, dal folk, dal jazz, da tanto altro, leggendari sono i suoi crescendo.
Qui ricordo cinque delle canzoni più belle di Jacques Brel.
La valse à mille temps
La valse à mille temps è una delle canzoni più celebri di Jacques Brel, rifatta da tanti cantanti. Apre il suo quarto album, uscito nel ’59. È caratterizzata dal tipico crescendo breliano. Questo valzer inizia lento e accelera via via, sempre più eccitato.
La valse à mille temps è l’esaltazione della giovinezza. È la sorpresa davanti alle possibilità offerte da Parigi e dal mondo.
Ne me quitte pas
Ma il brano che davvero ha reso Brel noto in ogni angolo del pianeta è il quinto di quell’album, Ne me quitte pas, una canzone d’amore accorata. Pubblicata più volte dal grande chansonnier e rifatta un numero infinito di volte da cantanti di ogni paese, è un simbolo della canzone universale.
Poetica, struggente, interpretata divinamente, Ne me quitte pas mostra Jacques Brel al massimo del suo fulgore. L’artista belga ha trovato un incontro miracoloso di parole e note, dando vita a un brano magnifico, che sembra raccogliere tutte le tristezze di Parigi.

Amsterdam
Amsterdam è uno dei tre inediti pubblicati nell’album live del ’64, registrato all’Olympia di Parigi. Brel non pubblicò mai il pezzo altrove. Questo contribuisce a rendere importantissimo quel live.
I protagonisti di questo brano sono sconfitti e ubriaconi. I marinai che nel testo di Brel popolano il porto di Amsterdam si oppongono al destino beffardo affogando i ricordi nel bicchiere, divorando fritture nei bistrot, bestemmiando, pisciando dove capita, affollando gli alberghi a ore. Così provano a lasciarsi alle spalle le notti di freddo e di fame.
Musicalmente Amsterdam è caratterizzata da un favoloso crescendo drammatico.
Questa è una delle canzoni che meglio esprimono lo spleen di Jacques Brel.
Ces gens-là
Ces gens-là (1966) è una delle canzoni più belle di Jacques Brel. Ed è una delle sue più tipiche, perché racchiude alcuni tratti caratteristici della sua arte.
Sul piano tematico vi troviamo infatti due costanti del suo canzoniere. La critica mossa al conformismo borghese e una storia d’amore difficile. Nella prima parte del brano Brel descrive i componenti di una famiglia borghese. Persone che vivono di ipocrisie e di apparenze. Nell’ultima parte appare la figura della più giovane della famiglia, Frida, di cui il narratore è innamorato. Ma quelli là, quelli della famiglia, non autorizzano la relazione tra i due, nonostante anche lei sia innamorata. Considerano la ragazza troppo bella per lui e vedono lui come un poco di buono. I loro giudizi mediocri hanno la meglio sull’amore.
Sul piano musicale c’è il caratteristico crescendo breliano, che arriva al culmine quando il narratore esprime il suo amore per la ragazza.
Mon enfance
Brel guardava alla sua infanzia da due angolazioni opposte. Da un lato criticava il provincialismo nel quale era cresciuto. Dall’altro portava nel cuore quegli anni e quei legami indissolubili.
Mon enfance (1967) si caratterizza proprio per questo sguardo duplice di Brel. Da una parte i silenzi della sua infanzia, il grigiore di quell’ambiente, quel conformismo, quel culto dell’apparenza, i sogni rubati, quella mediocrità che spezzava le ali. Dall’altra l’interpretazione, come sempre decisiva in Brel, che pare accarezzare quel mondo con affetto infinito. Alla luce di quell’interpretazione, la grande casa, le donne in cucina, i vecchi che fumavano sembrano venire su dal fondo del tempo come un dolce ricordo.
Sul finire del brano, Brel accenna alla sua adolescenza, quando fuggì da quella gabbia di convenzioni e prese il volo. E volò davvero. Perché vola davvero solo chi è uscito da una gabbia.
Brel poi si allontanò da quel provincialismo e fece di Parigi la sua casa. Ma proprio da quella lontananza poteva capitare che avesse nostalgia di quel mondo antico.