Appetite for Destruction dei Guns N’ Roses

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Appetite for Destruction, il primo e folgorante album dei Guns N’ Roses, esisteva prima di esistere. Perché i brani depravati e violenti di Appetite for Destruction sono le storie giovanili e balorde dei Guns N’ Roses trasferite su disco. Quei cinque misero le basi del 33 d’esordio nella prima giovinezza.

Slash, il mitico chitarrista della band, non era maggiorenne quando andò via dalla famiglia per perdersi nelle periferie degradate di Los Angeles. Izzy Stradlin, l’altro chitarrista, percorse strade simili, dopo essere arrivato a Los Angeles dall’Indiana. Il bassista Duff McKagan si arrangiava rubando auto. Il batterista Steven Adler non era un chierichetto.

Axl Rose, la voce carismatica dei Guns N’ Roses, maturò dai primi anni il disgusto per il mondo, la sfiducia nelle autorità, lo spirito di ribellione che avremmo ritrovato sul palco. Violentato e abbandonato dal padre, molestato e trattato severamente dal patrigno, Axl diventò un piccolo teppista. Spesso nei guai con la legge, subì soprusi anche dalla polizia. La sua adolescenza fu un inferno. Axl si sarebbe ribellato al mondo attraverso i solchi di Appetite for Destruction. Anche lui lasciò le disavventure dell’Indiana (era di Lafayette come Izzy Stradlin) per immergersi nelle periferie violente di Los Angeles. Con Appetite for Destruction i Guns N’ Roses avrebbero cantato proprio il degrado urbano.

I Guns N’ Roses nelle cantine di Los Angeles

I cinque, tutti dediti a droghe e alcol, si ritrovarono a Los Angeles sulle strade del rock. Si immersero nelle atmosfere e negli stordimenti che sarebbero usciti dai solchi di Appetite for Destruction. Suonavano in un sottoscala pieno di droghe, sesso, ragazzi di passaggio. Pieno di rock. Dai club losangelini e da quel sottoscala uscì l’album di debutto.

La Los Angeles notturna che ispirò Appetite for Destruction
Los Angeles fu la culla delle storie perverse dei Guns N’ Roses. In quelle notti, nella giungla di quelle periferie, Axl Rose e gli altri partorirono il loro riscatto.
Foto di Benni Talent su Unsplash.

Appetite for Destruction, la rivitalizzazione dell’hard rock

Il produttore fu Mike Clink, dopo che in un primo tempo si era pensato a Paul Stanley dei Kiss.

La Geffen Records mise sul mercato Appetite for Destruction nell’estate dell’87. Il mercato impazzì. Il disco scalò le classifiche in breve tempo, anche grazie all’appoggio di Mtv.

I Guns N’ Roses partirono per una serie di concerti in giro per il mondo e spopolarono. Quei concerti portarono alle masse quello che il pubblico familiare delle notti underground di Los Angeles aveva visto nei club. Il 33 nel tempo avrebbe venduto decine di milioni di copie, affermandosi come uno dei debutti più incisivi della storia dell’hard rock.

La critica, dal canto suo, dopo una prima freddezza, capì l’originalità di quelle canzoni, inizialmente viste come una riproposizione arida dei miti della musica dura. Quelle canzoni non erano aride. Rivitalizzavano l’hard rock. Uscivano dalla pelle e dai tormenti di cinque ragazzi che conoscevano il teppismo e gli abusi, i rischi delle periferie e delle notti, le ingiustizie e la voglia di riscatto.

A volte la musica pesante è un’operazione nostalgica e di maniera. Riproporre la formula «sesso, droga e rock and roll» dà le sue garanzie ma è una riproposizione talora svuotata delle ragioni profonde della musica dura. I Guns N’ Roses, al contrario, non imitarono i loro miti. Diedero nuova vita all’hard rock.

Guns N' Roses
Slash, il leggendario chitarrista dei Guns N’ Roses.
Foto di Alejandro Alvariño da Pixabay.

Brani entrati nelle memorie di una generazione

Altra caratteristica dell’album erano una rozzezza e un nichilismo che strizzavano l’occhio al punk. Così i due generi della violenza sonora che avevano monopolizzato gli anni Settanta, l’hard rock e il punk, per la prima volta si davano la mano.

Tra depravazioni sonore e movenze pop, con la sensuale presenza scenica di Axl Rose e la sua voce indimenticabile, Appetite for Destruction fu un momento incisivo nella storia dell’hard rock, rivitalizzandolo e aggiornandolo agli anni Ottanta. Portò alla causa di questo genere nuove schiere di gioventù arrabbiata e anticonformista.

I testi si muovevano tra sesso, dissolutezze, periferie violente.

Alcuni brani sono autentici gioielli. Welcome To The Jungle, quasi metal per la sua durezza, incentrata sul randagismo metropolitano dei Guns N’ Roses. It’s So Easy, con quel refrain commosso che si intrufola nel fuoco di chitarre e batteria e segna una delle vette e uno dei momenti più poetici e inaspettati dell’album. Nightrain e Paradise City, ancora sulle storie dissolute dei cinque, sulle perdizioni, l’alcol. Poi la selvaggia My Michelle. La canzone d’amore Sweet Child O’ Mine, con il suo riff leggendario, entrato nelle favole musicali e nelle memorie di una generazione. E via via tutto il resto, per un esordio che rischiarò a giorno, con le notti di Los Angeles, il mondo dell’hard rock.