I Kiss e l’album di debutto

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Gene Simmons, Paul Stanley, Ace Frehley e Peter Criss pubblicarono l’album di debutto, l’omonimo Kiss, il 18 febbraio del 1974. Il 33 fu l’inizio di una storia affascinante, osteggiata da molti, ma amata da tanti altri. La band nata a New York nel ’72 avrebbe venduto un numero non calcolabile di dischi.

Il primo album è tra i più importanti dei Kiss, perché rappresenta l’inizio discografico del gruppo, certo, ma anche per il fatto che racchiude i tratti caratteristici del periodo storico e più importante di Stanley e compagni, quello degli anni Settanta.

I quattro si presentarono sulla copertina con le maschere che li avrebbero caratterizzati. Il glam sarebbe stato una delle componenti basilari della band (guarda le foto). I loro concerti avrebbero entusiasmato le folle anche per quegli abiti eccessivi, quei tacchi alti, quelle scenografie avanguardistiche. Ma era tutto così sfacciato che in fin dei conti era una caricatura. Quella caricatura era un marchio e uno stile.

Anche la musica che usciva dal 33 di debutto era la quintessenza dell’eccesso. Era una furia di hard rock. Ma l’hard rock dei Kiss si riduceva a un fatto di moda. Era svuotato della ribellione sociale. Era una patina. Quella patina era lo stile dei Kiss. Il rock che usciva dai solchi di quel disco era grezzo. La musica era a tratti banale. I riff non erano certo da leggenda. Ma c’era quella verniciatura di hard rock incandescente che faceva il fascino dei quattro. Nel loro caso l’abito faceva il monaco. Il rivestimento era sostanza.

Il primo album dei Kiss
Il primo album dei Kiss.

La teatralità

Quel rock era lontano dalla tecnica dell’hard rock di quegli anni (Led Zeppelin, Deep Purple, Black Sabbath ecc.). Allo stesso tempo la dozzinalità dei Kiss era distante da quella del punk. Per il punk la rozzezza era la protesta delle periferie arrabbiate. I Kiss non erano arrabbiati. Erano borghesi che volevano divertirsi e guadagnare. Cavalcavano il rock duro e il glam, svuotandoli della sostanza. La loro arte era una posa.

Questa posa era tra le cose tirate in ballo dai loro detrattori. Ma era anche lo stile Kiss, il loro marchio, il motivo di una fascinazione che sarebbe durata decenni. Nel rock di questa band tutto era glamour, enfasi, caricatura. E il tentativo di risultare orrifici, tra trucchi e sangue, più che altro somigliava a uno scherzo.

I Kiss, svuotando l’hard rock delle sue ragioni profonde, ne ampliarono il pubblico. Ne fecero un fatto di moda. Con loro il rock duro non era protesta sociale e disperazione. I Kiss erano giovanotti annoiati che giocavano a fare i duri. Se questo era il loro limite, era anche il fondamento della loro arte. Questa band, senza inventare niente, portando alla teatralità tutto, si ritagliò uno spazio riconoscibile.

Kiss, un album emblematico

Kiss, l’album che diede il via a questa storia, non poteva avere un titolo più appropriato. In quest’album infatti c’erano i Kiss, con i loro tratti tipici. Energia da vendere, grossolanità musicale, esagerazioni.

Il 33 non ebbe sul momento il successo sperato. Ma si sarebbe rifatto nel tempo. E alcuni suoi pezzi sarebbero diventati classici, riproposti in concerti, live, antologie. Deuce, 100,000 Years, Black Diamond, e il primo brano, Strutter, con quegli indimenticabili colpi di batteria che aprivano il disco e la storia del gruppo.