Arancia meccanica di Kubrick e l’ipocrisia del potere

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Arancia meccanica di Stanley Kubrick esce nel 1971, e prefigura la violenza del decennio. Un film cult, che, «appena connotato da riferimenti al futuro» (il Morandini), richiama le tendenze e il sapore di quegli anni. Ma questo capolavoro, si sa, va ben oltre. La sua bellezza risiede nell’essere un film intellettualmente raffinato, vertiginosamente profondo e allo stesso tempo incarnato nella storia. Un’opera alta che non diventa mai astrusa, che ci tiene incollati allo schermo. Le stesse scene di sesso hanno la funzione di mantenere viva l’attenzione.

Il film è tratto dal romanzo omonimo del 1962 di Anthony Burgess. Ma Stanley Kubrick, lo sappiamo, imprimeva il suo marchio su ogni storia.

Naturalmente sono tante le cose che fanno la grandezza di Arancia meccanica, dalla profondità psicologica alla cura del particolare, dalla tecnica registica alla colonna sonora, dalle ambientazioni al linguaggio gergale.

Alla base di Arancia meccanica c’è l’indagine sulla violenza e sul male.

La società identifica il bene con i comportamenti comuni. I comportamenti comuni sono dunque protetti dalle leggi. Chi devia da quei binari è condannato e punito, tutt’al più «curato» e reinserito. Ma in Arancia meccanica non si percepisce mai la contrapposizione tra la malvagità del singolo e la giustizia della maggioranza. Per Stanley Kubrick la contrapposizione è quella tra la malvagità del singolo e la malvagità della maggioranza.

Arancia meccanica
Alex, il protagonista di Arancia meccanica.
Disegno di Juliana Pimenta da Pixabay.

Arancia meccanica e l’ipocrisia del potere

I pestaggi e gli abusi di Alex scatenano, nella seconda parte del film, la violenza vendicativa delle sue vittime. Ma l’intima necessità con cui queste s’inferociscono contro il ragazzo non è diversa da quella mostrata precedentemente dallo stesso Alex. Kubrick mette sullo stesso piano le violenze comunemente più giustificate e quelle apparentemente più gratuite. In modo analogo, il sopruso «istituzionale» non è meno inaccettabile di quello di chi devia dai binari della legge. La cura Ludovico evidenzia la brutalità della violenza legale.

Gli atti di violenza subiti da Alex non lo riportano sulla retta via. Al contrario, alimentano i suoi impulsi malvagi. Arancia meccanica si chiude con il ragazzo che, venuti meno, in seguito al tentato suicidio, gli effetti del trattamento, immagina altra violenza, dopo aver ottenuto dal Ministro il posto nella polizia. Opporsi alla brutalità con la brutalità, sembra dirci Kubrick, altro non è che tenere viva la brutalità stessa.

Che, se incanalata tra le ipocrisie del potere e della maggioranza, diventa pulita e rispettabile.

Alex, lo specchio della società

La società vede in Alex un male da estirpare. In realtà Alex è un simbolo e uno specchio della società. Il ragazzo è circondato dal male, ed è un prodotto eclatante di quel male.

I suoi genitori non lo vanno a trovare nei due anni di prigionia e sono insensibili al suo ritorno, mostrando una cattiveria insospettabile. La società in generale mostra la sua cattiveria nei confronti di Alex dopo la cura Ludovico e il suo rilascio (i due drughi, il senzatetto, lo scrittore), trovando in Alex e nella sua precedente violenza un pretesto per sfogare un odio che covava dentro.

Alex è il prodotto più eclatante di quella società. Ne è una metafora e un riflesso, nonostante il mondo che gli sta intorno gli si contrapponga ipocritamente. Quel mondo in realtà trova nella cattiveria manifesta di Alex un pretesto per pulirsi in superficie la coscienza, per dire che il cattivo è lui. La società odia Alex perché odia se stessa.

Arancia meccanica è una delle più belle storie filosofiche della storia del cinema.