Remain In Light dei Talking Heads

«Prima c’era il rock, il punk, l’elettronica, la new wave», dice Assante, «poi c’è la musica digitale, irreale, smaterializzata, ci sono culture e mondi che si mescolano, s’intrecciano, si confondono. In mezzo c’è un disco, un album che cambia tutto, davvero tutto, intitolato Remain In Light, realizzato dai Talking Heads, uscito l’8 ottobre del 1980 […].»

David Byrne dei Talking Heads, autore dei testi di Remain In Light
David Byrne dei Talking Heads.
Foto di Craig Howell, CC BY 2.0.

Remain In Light, prodotto da Brian Eno, è un disco splendido, per il fatto che l’ingegneria progettuale e la manipolazione delle registrazioni, più che essere un trattato, sono un lasciapassare per la poesia, le paure, i disagi metropolitani. Poi l’ultima traccia, la tenebrosa The Overload, strizza perfino l’occhio a Nico e al nascente dark.

La bellezza di Remain In Light sta nel suo profumo occidentale. Infatti i tam tam tribali e tutte le citazioni etniche stanno lì solo a rinnovare il rock. I Talking Heads esplorano le possibilità di sopravvivenza del rock, all’alba di un nuovo decennio.

Questo disco è una sintesi coesa di elettronica, funk e Africa, di accenni techno e angosce, di modernità e primivitismo, di elitarismo mentale e commerciabilità. A conti fatti è una sintesi poetica e notturna del rock del decennio.

Remain In Light è un disco modernissimo. Trasferisce in musica il villaggio globale, riducendo a unità metropolitana e bianca i frammenti e gli stimoli provenienti dagli angoli del mondo.