Brian Epstein. Dubbi e misteri sulla sua morte

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Il 27 agosto del ’67 fu il giorno della morte di Brian Epstein, il manager dei Beatles. Ma cosa accadde in quelle ore a Londra, al 24 di Chapel Street?

Questa elegante residenza stava nel quartiere esclusivo di Belgravia, vicino Buckingham Palace, ed era stata acquistata da Brian nel dicembre del ’64. In quella zona avevano abitato Mozart, Chopin, Churchill, e sembrava il posto giusto per l’agente più geniale del mondo. La casa, poco prima di essere teatro della morte di Brian Epstein, aveva ospitato un evento significativo della Londra di quella stagione: la presentazione di Sgt. Pepper, il 33 più celebre della band di Liverpool.

Le condizioni di Brian, negli ultimi tempi, si erano fatte preoccupanti, per l’abuso di alcol e tranquillanti. Verso l’inizio dell’estate, il quinto Beatle si era ricoverato, nel tentativo di rimettersi in sesto.

La mattina di quel 27 agosto non dava segni di vita. La porta era bloccata. I domestici la forzarono. Brian era morto, tra flaconi (vuoti) di barbiturici.

Brian Epstein
Brian Epstein premiato nel ’65.
Foto di Eric Koch / Anefo.

La reazione dei Beatles

La notizia della morte di Brian Epstein raggiunse i Beatles a Bangor, nel nord del Galles, dove stavano al seguito del Maharishi Mahesh Yogi. Lennon dichiarò: «La meditazione ti dà la fiducia necessaria per affrontare situazioni come questa, persino dopo la modesta esperienza che ne abbiamo finora avuto. Non ci disperiamo quando un bambino diventa un ragazzo o quando un ragazzo diventa un adulto. Ebbene, Brian sta semplicemente passando alla prossima fase. Il suo spirito è ancora con noi e continuerà sempre a esserlo». Nell’intervista a «Rolling Stone» del ’70, così avrebbe ricordato: «Quando muore una persona che ti è molto vicina provi uno strano sentimento, una specie di piccola felicità isterica per il fatto che non è capitato a te, o qualcosa di simile, quella buffa sensazione quando qualcuno muore». Una morte precoce, tuttavia, aspettava anche John.

Ai funerali i Beatles non parteciparono per motivi di sicurezza. Ma erano lì, commossi e distrutti, il 17 ottobre, alla sinagoga di St John’s Wood, in una cerimonia in ricordo di Epstein, quando il rabbino predicò che Brian aveva rappresentato «un simbolo del malessere della nostra generazione».

Dubbi e misteri sulla morte di Brian Epstein

Ma cos’era capitato, in quella stanza?

Si sono fatte ipotesi bizzarre, riportate da Albert Goldman: «Nel mondo gay di Londra si diceva che Brian Epstein fosse morto per soffocamento, a causa di una maschera che gli era stata applicata sul viso. Certamente se fosse vero che gli oggetti sadomasochistici o gli abbigliamenti femminili o altri segni evidenti furono rimossi, sarebbe stato virtualmente impossibile al giudice ricostruire le cause della morte».

In realtà le possibilità sono due: suicidio e overdose occasionale.

A sostegno della prima c’è il senso di colpa («La sua», sostiene Gary Herman, «era una disperazione sofferta nel silenzio e nel rimorso, ed era pronto a tutto pur di mettere in atto le sue fantasie, per poi subito cancellarle»), a cui si aggiungono il progressivo allontanamento dai Beatles, la recente morte del padre e i precedenti tentativi di suicidio falliti. L’ipotesi dell’overdose occasionale ha incontrato i maggiori consensi. George Martin sostiene che se Brian Epstein avesse voluto uccidersi non l’avrebbe fatto, da uomo di spettacolo, in modo così dimesso, senza chiasso e ostentazione. Ma l’andarsene senza chiasso può essere il segno di una definitiva volontà di suicidio.