Frasi tratte da Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

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Ho scelto alcune frasi da Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, libro autobiografico di Christiane F., pubblicato in Germania nel 1978 e poi in tutto il mondo. In Italia uscì nell’81 per Rizzoli, tradotto da Roberta Tatafiore.

In questo classico Christiane, dopo aver ripercorso la sua infanzia complicata, racconta la sua discesa nell’incubo della droga. Il libro è il risultato delle conversazioni con due giornalisti tedeschi, che incontrarono Christiane per la prima volta in un tribunale di Berlino.

Un classico della malattia

Metà degli anni Settanta. Christiane ha quattordici anni quando passa dagli acidi all’eroina, che presto diventa la sua ragione di vita. La ragazza comincia a prostituirsi per procurarsi i soldi per la droga. Anche il suo ragazzo, Detlef, si prostituisce, si concede agli omosessuali per potersi pagare «la pera».

Il tunnel imboccato sembra senza fine. I fatti raccontati sono realistici e crudi. Buchi nelle vene, sangue, bagni infimi, notti infernali, arresti, stanze di bucomani piene di avanzi di cibo e di odori cattivi. Il lettore è trascinato in un mondo squallido che la società finge di non vedere, come se non la riguardasse. Ma quel mondo sporco è parte della società: vive intorno alla stazione dello zoo, nelle discoteche di Berlino, negli angoli del centro. Quel mondo sporco è parte della società anche perché tutti sono sporchi, dai genitori violenti o assenti alle persone che passano con indifferenza o sadismo davanti a quei drammi. Quel mondo malato, fatto di notti violente, di risvegli desolati, di sogni spezzati, di morte che incombe, è parte del mondo di tutti. È la punta visibile di una società che è tutta malata.

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è un classico della disperazione, è un documento crudo di una generazione, è un cult intramontabile che ci ricorda che il male è tra noi, in ognuno di noi.

Frasi tratte da Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

Gropiusstadt: casermoni per quarantacinquemila persone, con in mezzo prati e centri commerciali. Da lontano tutto nuovo e ben curato. Ma quando si stava in mezzo ai casermoni si sentiva dappertutto puzza di piscio e di cacca. Veniva da tutti quei cani e bambini che vivevano lì. Più di tutto puzzava la tromba delle scale.

C’erano serate che mi ricordo in tutti i particolari. Una volta dovevo colorare delle casette sul quaderno dei conti. Dovevano essere larghe sei quadretti ed alte quattro. Una casetta l’avevo finita e sapevo benissimo come dovevo fare, quando mio padre si mise improvvisamente seduto vicino a me. Mi chiese da dove a dove dovevo disegnare la casetta successiva. Per la paura non contai più i quadretti ma cominciai a chiedere consigli. Ogni volta che indicavo il quadretto sbagliato beccavo una sberla. Quando ormai piangevo e non riuscivo a dare più alcuna risposta, lui si alzò e andò verso la pianta di ficus. Sapevo che cosa significava. Tirò via dal vaso la canna di bambù che reggeva il ficus. Quindi mi picchiò sul sedere finché la pelle letteralmente non mi si staccò a pezzi.

L’appartamento di Axel era davvero desolante. Una vera casa da bucomane. La puzza mi venne incontro già sulla porta. Dovunque c’erano lattine di conserva di pesce vuote, mozziconi di sigarette piantati nell’olio, nella salsa di pomodoro, nella senape. Da ogni parte bicchieri e tazze, tutte con dentro un po’ d’acqua, cenere, tabacco, cartine. Quando sull’unico tavolo che c’era volli far spazio da una parte per un paio di yogurt, dall’altra parte rotolarono per terra due scatolette di pesce. La salsa colava sul pavimento. Nessuno se ne preoccupò.

Aspettai il momento in cui lui si aprì i calzoni ed era quindi occupato con se stesso. Allora nascosi la banconota negli stivali. Lui era pronto ed io stavo ancora seduta all’angolo estremo del sedile e tentavo di non muovermi. Non vedevo più lui dove stava e a tentoni lo cercai con la mano sinistra. Il mio braccio non era abbastanza lungo e dovetti spostarmi un po’ verso di lui. E dovetti anche per un attimo guardare prima di avere il suo coso in mano.

La stazione di cui si parla in Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino
La stazione intorno a cui si svolgono molti dei fatti raccontati in Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino.
Foto di Dr. Matthias Ripp su Flickr, CC BY 2.0.

I jeans dai quali tirai fuori la carta stagnola con la mia «cipria» stavano davanti al letto. La mia busta di plastica era lì vicino con dentro le cose per il trucco, un pacchetto di sigarette senza filtro, una boccetta di acido citrico, e una siringa avvolta nella carta igienica. La siringa era come al solito quasi sempre otturata. Quel maledetto tabacco delle sigarette volava dappertutto dentro la busta di plastica e insozzava la siringa. Io pulivo la siringa d’acqua, mettevo la roba sul cucchiaio dello yogurt, ci buttavo sopra qualche goccia del succo di limone, scaldavo, mi legavo il braccio, eccetera. Per me era come se la mattina per abitudine mi accendessi al letto la prima sigaretta. Dopo la pera mi riaddormentavo di nuovo e arrivavo a scuola solo alla terza ora o alla quarta ora. Arrivavo sempre più tardi quando la pera me la facevo a casa.

Leggi anche l’articolo sul film tratto da Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino.

Una volta mi è capitato di vedere Il Sinistro in piena azione. Mi ero appena chiusa in un gabinetto per donne, per farmi una pera, e qualcuno mi piomba addosso saltando la parete divisoria del cesso. Era Il Sinistro. Sapevo già dai racconti degli altri come lui si organizzava: aspettava nei gabinetti per donne finché arrivava una ragazzina fornita di ero. E sapevo quanto poteva essere brutale. Gli diedi quindi la mia siringa e la mia roba. Lui uscì subito dal cesso e si mise di fronte allo specchio. Non aveva più paura di niente. Quindi si sparò il buco nel collo. Non gli era rimasto un punto in tutto il corpo nel quale poteva bucarsi. Sanguinava davvero come un porco. Pensai che aveva beccato la carotide. Ma a lui non gli faceva il minimo effetto. Disse: «E grazie tante» e se ne andò.

Cominciò il 1977. Il tempo non riuscivo quasi a seguirlo. Se era estate o inverno, o se si festeggiava Natale o San Silvestro, per me ogni giorno era uguale all’altro.

Ero tornata a casa di mattina presto. In realtà ero di buon umore. Stavo a letto e mi immaginavo di essere una ragazzina che torna da un ballo e ha conosciuto un ragazzo un sacco carino ed è totalmente cotta di lui. Ancora mi veniva un buon feeling quando sognavo e nel sogno ero tutta diversa. Più di tutto mi piaceva sognare che ero un’allegra teen-ager, allegra come quelle della pubblicità della coca-cola.

Capii immediatamente quello che poteva succedere. Ne avevo comunque già sentito parlare. Quelli facevano spogliare i bucomani e le altre persone che non volevano nel locale e li incatenavano allo sgabello. Quindi li picchiavano brutalmente con la frusta ed altro. Avevo sentito di alcuni tizi che dopo il trattamento nel deposito bibite del Sound erano stati in ospedale per settimane con il cranio fratturato o altre ossa rotte. Dopo erano talmente scossi che non andavano neanche a vuotare il sacco dalla polizia. Quelli della cricca della direzione del locale facevano queste cose per sadismo, ma anche per tenere lontani i bucomani dal locale perché le autorità minacciavano continuamente di chiudere il Sound. Ma le bucomani che andavano a letto con quelli della cricca della direzione non venivano mai molestate. Questo Sound era proprio un postaccio. Se i genitori avessero saputo quello che succedeva veramente nella «Discoteca più moderna d’Europa» non ci avrebbero mai mandato i loro figli.