The Queen Is Dead, l’album perfetto degli Smiths

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Era la metà di giugno dell’86 quando entrò nei negozi The Queen Is Dead, il terzo album degli Smiths, mitica band di Manchester.

Capimmo subito che quel 33 era destinato a restare scolpito nella storia musicale degli anni Ottanta e non solo di quelli. Un album che portò aria fresca, malinconia, protesta. Un Lp che non avremmo mai dimenticato, per quell’equilibrio unico di pop, poesia, anticonformismo.

The Queen Is Dead scalò le classifiche e si accasò nei cuori di tanti. Un gioiello dell’indie che trovò posto anche nel mainstream. Sarebbe diventato anche uno degli album più influenti. Infatti a quel guitar pop avrebbero guardato, per esempio, gruppi come gli Oasis e i Coldplay.

Gli Smiths all'epoca dell'album The Queen Is Dead
Gli Smiths.

The Queen Is Dead, l’album perfetto degli Smiths

Alla metà degli anni Ottanta dominavano i sintetizzatori e le feste. Gli Smiths, con la loro musica fatta di chitarre e di semplicità accattivante, andavano controcorrente. In anni in cui la musica era dominata dallo spirito avanguardistico, fare un passo indietro era però avanguardia. Poi i testi poetici di Morrissey, il cantante della band, erano colmi di malinconia e di disagio sociale. In un’epoca fatta di arrivismo, quei brani cavavano dagli anni Ottanta le insicurezze e le inquietudini. Gli Smiths, specie con The Queen Is Dead, contribuirono a portare a galla le paure e i disagi di un decennio dove in apparenza girava tutto a mille. In più il titolo dell’album sferrò, insieme alla traccia omonima, un colpo duro al cuore del Regno Unito, alle certezze della società britannica.

Il connubio tra Morrissey e Johnny Marr

Alla base della bellezza di The Queen Is Dead c’era la perfezione del rapporto tra Morrissey e Johnny Marr, il chitarrista della band. La chitarra accattivante di Marr era la base perfetta per i tormenti di Morrissey, per la sua poesia malinconica, per le sue insicurezze, che in quegli anni di sicurezze ostentate erano garanzia di originalità. Il jangle pop di Marr e la poesia piena di solitudine di Morrissey erano fatti apposta per stare insieme.

Grazie a quel connubio, varie canzoni di The Queen Is Dead diventarono icone di una generazione, per esempio I Know It’s Over, Bigmouth Strikes Again e l’indimenticabile There Is a Light That Never Goes Out, bandiera dei giovani introversi che non si riconoscevano nei modelli dominanti.

La rivincita dell’insicurezza

A colpire di The Queen Is Dead era prima di tutto la sincerità (che però non cadeva mai nella svenevolezza). Così come pochi anni prima Ian Curtis dei Joy Division aveva spiattellato in faccia al pubblico la sua disperazione rendendola normale, ora Morrissey, cantandola senza difese, rendeva normale e trendy la malinconia.

Morrissey era il prototipo del ragazzo sensibile, che era a disagio tra le spavalderie di quell’età. E il successo degli Smiths dimostrava che molti gli assomigliavano. Con gli Smiths, in particolare con The Queen Is Dead, la sensibilità e l’insicurezza diventarono qualcosa di cui non ci si doveva più vergognare, si capovolsero in successo. I timidi ora potevano contarsi. E scoprirono di essere tanti.

Quel 33, oltre a imporsi nelle classifiche di mezzo pianeta, ottenne anche critiche entusiastiche, che negli anni si sarebbero moltiplicate a dismisura. Oggi The Queen Is Dead viene regolarmente inserito nelle liste degli album più belli, e continua a esercitare un’influenza enorme e ad attirare nuove schiere di fan.