Il Diario di Anna Frank è una testimonianza della Shoah ma è anche un libro che va al di là del suo valore di documento.
Anna Frank nacque nel ’29 a Francoforte da una famiglia ebrea. Nel ’33, con l’ascesa al potere di Hitler e della sua ideologia antisemita, i Frank fuggirono ad Amsterdam. Dopo che il programma nazista di sterminio degli ebrei aveva raggiunto anche l’Olanda, Anna, nell’estate del ’42, trovò riparo con la sua famiglia, un’altra famiglia e un dentista nel famoso Alloggio segreto, sotto il tetto di un edificio di Amsterdam. Qui scrisse quasi tutto il suo Diario, oggi diffuso in tutto il mondo.
La bellezza del Diario di Anna Frank sta innanzitutto nella capacità della ragazza di scovare la vita quando sembra che non ci sia altro che morte, distruzione, orrida follia. Anna scorge la bellezza e l’eternità in uno squarcio di cielo, in un ritaglio di natura. Soprattutto la scorge dentro di sé. Alcune delle pagine più alte del Diario sono proprio quelle in cui Anna Frank, tra paure e restrizioni, manifesta comunque il suo amore per la vita. Sono pagine davvero belle quelle imbevute della libertà interiore e della fiducia di questa ragazza, una fiducia che si oppone all’odore di morte che c’è tutt’intorno e al futuro che la attende. Il Diario è la testimonianza delle difficoltà quotidiane e delle persecuzioni patite dagli ebrei, ma è prima di tutto una voce di libertà emersa dagli orrori della storia.
«[…] io penso che rimane sempre qualche cosa di bello, la natura, lo splendore del sole, la libertà, noi stessi; è un possesso che non si perde», scrive Anna il 7 marzo del ’44. Sono parole che non dovremmo mai dimenticare.
Anna morì di tifo nell’inverno del ’45 nel campo nazista di Belsen. Ma il suo Diario e la sua voce di libertà sopravvissero, trovati nel rifugio di Amsterdam. E oggi sono patrimonio dell’uomo.
Ho scelto alcune delle frasi più intense dal Diario di Anna Frank.
Frasi dal Diario di Anna Frank
Stanno arrestando, a gruppi, tutti i nostri amici ebrei. La Gestapo è tutt’altro che riguardosa con questa gente; vengono trasportati in carri bestiame a Westerbork, il grande campo per ebrei nella Drente. Westerbork dev’essere terribile; per centinaia di persone un solo lavatoio e pochissime latrine. Le cuccette sono tutte l’una accosto all’altra. Uomini, donne e bambini dormono insieme. Per conseguenza, a quanto dicono, vi è una grande immoralità; molte donne e ragazze, se la permanenza nel campo si protrae, restano incinte.
Moltissimi amici e conoscenti sono partiti, per una terribile destinazione. Ogni sera le automobili militari verdi o grigie scorrazzano qua e là, i tedeschi suonano a ogni porta e domandano se lì abitano anche ebrei. […] Di notte, al buio, quasi vedo quelle file di innocenti che, comandati da un paio di quei figuri, camminano, camminano, coi loro bimbi che piangono, battuti e martoriati, finché cadono al suolo. Nessuno è risparmiato, vecchi carichi d’anni, bimbi, donne incinte, malati, tutti camminano insieme nella marcia verso la morte.
Non ci resta altro che aspettare tranquillamente, fin che si può, la fine di questa miseria. Aspettano gli ebrei e aspettano i cristiani, tutto il mondo aspetta, e molti aspettano la morte.
Tutto l’angolo fra la Vijzelstraat e il Singel è bruciato. Gli attacchi aerei sulle città tedesche diventano ogni giorno più gravi. Non passiamo più una notte tranquilla, ho i cerchi neri sotto gli occhi per mancanza di sonno. Il nostro mangiare è miserabile. Colazione con pane secco e surrogato di caffè. Pranzo: da quattordici giorni sempre spinaci e insalata. Patate lunghe venti centimetri, dolciastre, che sanno di marcio. Chi vuol dimagrire venga ad abitare nell’alloggio segreto!

Credimi, quando sei stata rinchiusa per un anno e mezzo, ti capitano dei giorni in cui non ne puoi più. […] Vorrei andare in bicicletta, ballare, fischiettare, guardare il mondo, sentirmi giovane, sapere che sono libera, eppure non devo farlo notare perché, pensa un po’, se tutti e otto ci mettessimo a lagnarci e a far la faccia scontenta, dove andremmo a finire? A volte mi domando: «Che non ci sia nessuno capace di comprendere che, ebrea o non ebrea, io sono soltanto una ragazzotta con un grande bisogno di divertirmi e stare allegra?».
Va’ fuori, al sole, nei campi, a contatto con la natura, va’ fuori e cerca di trovare la felicità in te e in Dio. Pensa al bello che c’è ancora in te e attorno a te e sii felice!
Chi è felice farà felici anche gli altri, chi ha coraggio e fiducia non sarà mai sopraffatto dalla sventura!
Ecco la difficoltà di questi tempi: gli ideali, i sogni, le splendide speranze non sono ancora sorti in noi che già sono colpiti e completamente distrutti dalla crudele realtà.
Io trovo meraviglioso quello che mi succede, e non soltanto quello che è visibile all’esterno del mio corpo, ma quello che vi si compie internamente.
Per chi ha paura, o si sente incompreso e infelice, il miglior rimedio è andar fuori all’aperto, in un luogo dove egli sia completamente solo, solo col cielo, la natura e Dio. Soltanto allora, infatti, soltanto allora si sente che tutto è come deve essere, e che Dio vuol vedere gli uomini felici nella semplice bellezza della natura.
È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo.