Di seguito propongo cinque delle canzoni più belle di Francesco Guccini.
Il Guccio è uno dei più grandi cantautori italiani.
Alla base della sua arte c’è la parola, che però chiede decisamente l’amplificazione della musica. Nonostante la sua fama (meritata) di grande autore di canzoni, Guccini è innanzitutto la sua voce, il suo riconoscibilissimo vocione. Le sue parole sono senz’altro destinate al canto. Ed è lì, nella voce, che la poesia di Francesco diventa grande.
La memoria, il tempo che passa, la disillusione nutrono le sue canzoni. Che sono in bilico tra storie quotidiane e dubbio esistenziale.
Giorno d’estate. Uno dei primi capolavori
Con Giorno d’estate Guccini raggiunse una delle sue vette giovanili.
La canzone appartiene all’album Due anni dopo, uscito nel ’70.
Una buona dose di ingenuità giovanile favorì la riuscita del brano. Coraggio e schiettezza poetica.
La canzone evoca l’assopimento dei sensi nella calura estiva. Francesco descrive un giorno irreale, intessuto di stasi, di voci lontane, di sole, di vuoto, del gracidare delle rane. Impossibile non pensare a certi sprazzi del Montale degli Ossi di seppia.
Giorno d’estate è anche uno dei brani gucciniani più affascinanti sul piano musicale. La sua musica, come sempre in Guccini, è accompagnamento. Ma in questo pezzo le ripetute note uguali delle strofe pari sono un tutt’uno con l’immobilità della città assolata. A questo si aggiunga gli interventi stranianti del flauto.
Il brano fu ripubblicato in …quasi come Dumas…, Lp live dell’88. Il suo arrangiamento, bello e più ricco, non rende comunque giustizia a quello scarno e straniante dell’originale.
Incontro. Una delle canzoni più belle di Francesco Guccini
A poco più di trent’anni Guccini era all’apice della sua vena. Nel ’72 infatti uscì Radici, che sarebbe restato tra i suoi 33 di maggior prestigio. Un lavoro in cui Francesco recuperava le sue radici. Quelle della sua Pàvana e quelle modenesi, ma anche quelle esistenziali con la bellissima Canzone della bambina portoghese. Un album che conteneva futuri classici come La locomotiva e Il vecchio e il bambino.
Ma il capolavoro dell’Lp è Incontro. Vena narrativa e squarci lirici qui vanno a braccetto.
L’equilibrio di parole e musica è supremo.
La canzone parla dell’incontro tra Francesco e una sua vecchia amica, rivista dopo dieci anni. Lo scenario è una Modena malinconica, con i suoi «vecchi muri» che «proponevan nuovi eroi». Nostalgie e disillusione nutrono il brano. «Le luci nel buio / di case intraviste da un treno» sono un apice della malinconia gucciniana. La nebbia, la cena a casa dell’amica, le vecchie stoviglie, il vento, il freddo, la stazione con le sue «luci accese forse per noi lì» sono indimenticabili.
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L’avvelenata. Una delle canzoni più famose di Francesco Guccini
L’avvelenata (dall’Lp Via Paolo Fabbri 43, 1976) è stata per decenni un punto fermo delle richieste del pubblico gucciniano. Ma niente, il Maestrone non si piegava a quelle richieste. Cantava di rado questo brano nei suoi tour. Nondimeno ne esiste un video celebre tratto da un suo concerto di Firenze del ’97, dove Francesco eseguì una versione memorabile della canzone, interrompendola più e più volte per dialogare con il pubblico. Quasi un modo per non cantarla neppure quella sera.
Ricordo un concerto a L’Aquila del ’91. Avevo ventun anni. Stavo seduto tra le seimila persone che chiedevano con insistenza la mitica canzone. Dopo una mezz’oretta, Francesco, per poter andare avanti con lo spettacolo, promise di cantarla alla fine (la promessa fu disattesa, ovvio). In quell’occasione ci disse che l’aspetto scandaloso di questo brano, oltre al turpiloquio, era il congiuntivo del primo verso («Ma se io avessi previsto tutto questo»). In effetti un periodo ipotetico messo a inizio canzone non è cosa frequente. Francesco così colse l’aspetto più interessante della sua Avvelenata: l’intreccio di alto e basso. Un intreccio che caratterizza tutta la sua discografia, portato all’estremo in questo brano.
L’avvelenata è uno sfogo contro certe critiche. Un brano coraggioso e provocatorio, dove però la veemenza e il turpiloquio reagiscono con la metrica e le rime, come sempre curate in Guccini, e con un’eloquenza più generale, innescando un cortocircuito potente.
L’avvelenata ha conquistato una fama ampia, superando i confini del pubblico gucciniano.
Autogrill. L’amore sfiorato
Autogrill è uno dei classici di Francesco. Cantata infinite volte nei concerti.
Uscì nell’83 come brano d’apertura di Guccini.
Una canzone fatta di solitudine e di malinconia. La strada, il piccolo autogrill, i volti sconosciuti, le tendine di nylon rosa.
E poi la ragazza dietro al banco, «bella, d’una sua bellezza acerba, bionda senza averne l’aria / quasi triste, come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria». Una delle figure indimenticabili del canzoniere gucciniano.
La ragazza di Autogrill rappresenta quella giovinezza dove prevalgono la timidezza e il mistero.
Autogrill è una canzone d’amore. Un amore sfiorato, di quelli che non puoi dimenticare. È una canzone sul viaggio, sulla strada, sugli amori che ti passano accanto.
Affascinante anche la musica. Un brano che mostrava come Guccini non fosse più un cantautore da due accordi. La svolta di Signora Bovary (1987) era dietro l’angolo.

Foto di Bruno su Flickr, CC BY-SA 2.0.
Farewell. I ricordi e la nostalgia
A cinquantatré anni Guccini partorì quest’altro suo classico. Un gioiello che d’un colpo entrò nel cuore dei suoi fan.
Farewell è il quarto pezzo di Parnassius Guccinii, Lp del ’93. Ormai il Maestrone aveva già detto molto, e il rischio di fossilizzarsi su certi temi e su certi tic verbali era alto. Eppure Francesco riusciva ancora a trovare episodi di grande freschezza come Farewell. E altri ne avrebbe trovati.
Il cantautore modenese, a partire da Signora Bovary, aveva preso a essere più teatrale nella scrittura poetica e più raffinato negli arrangiamenti. In Farewell quest’evoluzione incontrò la vena narrativa di un tempo e una ritrovata intensità poetica. Il risultato fu uno dei brani indimenticabili del canzoniere.
La poetica del ricordo, del tempo che passa, delle illusioni che svaniscono è una costante del Guccio e nutre anche Farewell. Tanti i frammenti strappati alla sua memoria, in questo brano. Frammenti pieni di verità.
Ma Guccini più che cantare la sua memoria canta quella di tutti noi. I «vent’anni portati così / come si porta un maglione sformato / su un paio di jeans», le notti vissute fino all’alba tra chitarre e bicchieri, «un pensiero cullato», lo stupore, la voglia di vivere scoppiata all’improvviso, un amore che dà l’idea di essere «la chiave segreta del mondo» appartengono alla memoria di ognuno di noi. Guccini cava dalle sue nostalgie i fremiti di ogni giovinezza.
«Il peccato fu creder speciale una storia normale», canta Francesco Guccini sul finire, riferendosi a quell’amore. L’intensità con cui furono vissuti quegli anni e quell’amore era l’altra faccia della disillusione di domani.
Farewell è un brano che sa di giovinezza e di nostalgie pungenti.