Frasi di Erich Fromm. Avere o essere?

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Erich Fromm è stato uno psicanalista tedesco naturalizzato statunitense, vissuto nei primi ottant’anni del Novecento. Le frasi di Erich Fromm riportate sotto le ho tratte dall’opera Avere o essere?, pubblicata in Italia nel 1977 da Mondadori con la traduzione di Francesco Saba Sardi.

Avere o essere? è diventato un bestseller, tradotto e venduto in tutto il mondo. In questo libro lo psicanalista tedesco fa incontrare l’altezza del suo pensiero e una scrittura ampiamente comprensibile.

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Le due modalità dell’esistenza

Erich Fromm individua due modalità di vivere, quella dell’avere e quella dell’essere.

La prima si basa sul possesso, sull’identificazione tra l’uomo e le cose. Io sono ciò che ho. Quindi desidero avere sempre di più. Ho un rapporto di competizione con i miei simili. I possessi non sono solo denaro, proprietà, posizione sociale. Sono anche ricordi, convinzioni, nozioni e così via.

L’esistenza incentrata sull’avere porta a questo. Non solo io possiedo le cose, anche le cose possiedono me. Poiché mi identifico con le cose, non sono più nulla se le perdo. E le posso perdere per motivi che non dipendono da me. Un imprevisto economico, un disastro naturale e via dicendo. Poi non ho potere su quello che gli altri pensano su di me, sulle malattie, sull’età. Vivere secondo la modalità dell’avere è vivere nella paura della perdita. L’esistenza basata sul possesso implica quindi la paura della morte, che in realtà è la paura di perdere ciò che ho.

A questo sistema di vita Fromm oppone quello incentrato sull’essere. Che non si basa sulla competizione e sul far mie le cose, ma su un rapporto creativo con il mondo. Sulla vitalità. Io sono chi sono, non ciò che ho. E chi sono non è definibile né quantificabile. Definizioni e quantità riguardano il mondo. Essere chi si è invece è annegare nell’amore, nella vita, nell’eternità.

Ecco alcune frasi e pillole di saggezza di Erich Fromm tratte da Avere o essere?.

Frasi di Erich Fromm. Avere o essere?

Ciò che la gente definisce amore è per lo più un abuso del termine, volto a nascondere la realtà della loro incapacità ad amare.

I piaceri degli edonisti a oltranza, la soddisfazione di sempre nuove cupidigie, i piaceri della società attuale, danno origine a diversi gradi di «euforia», ma non conducono alla «gioia». Anzi, la mancanza di gioia rende necessaria la ricerca di piaceri sempre nuovi, sempre più eccitanti.

Gli individui cauti, che fanno propria la modalità dell’avere, godono della sicurezza ma sono per forza di cose assai insicuri. Dipendono da ciò che hanno: denaro, prestigio, il loro io – in altre parole da qualcosa che è loro estraneo. Ma che ne è di loro se perdono ciò che hanno? Ed è un’eventualità niente affatto remota, perché qualsiasi cosa si abbia può essere perduta, e ciò vale soprattutto per le proprietà, oltre che per la posizione sociale e gli amici; senza contare che in ogni momento si può – e prima o poi si deve – perdere la propria vita.

Se quindi sono ciò che ho, e se ciò che ho è perduto, chi sono io? […] Dato che posso perdere ciò che ho, per forza di cose sono costantemente preda alla preoccupazione di restar privo di quanto possiedo. Ho paura dei ladri, dei mutamenti economici, temo le rivoluzioni, le malattie, la morte, mi sgomentano l’amore, la libertà, la crescita, il mutamento e l’ignoto.

Erich Fromm, l’autore dei pensieri e delle frasi di questo articolo, tratti da Avere o essere?.
Foto di Müller-May/Rainer Funk, CC BY-SA 3.0 DE.

Prendiamo uno scambio di idee tipico tra due uomini, A il quale «ha» l’opinione x, e B il quale «ha» l’opinione y. Ciascuno dei due si identifica con la propria opinione. Ciò che per entrambi conta è trovare argomenti migliori, vale a dire più ragionevoli, per difendere la propria opinione. Né l’uno né l’altro è disposto a mutare parere, e non s’aspetta neppure che cambi l’opinione del suo avversario. Sia l’uno che l’altro provano paura all’idea di mutare la propria, appunto perché si tratta di uno dei loro possessi, ragion per cui la sua perdita equivarrebbe a un impoverimento.

Anche idee e credenze possono divenire proprietà, come del resto le abitudini. Così, a esempio, chi faccia la stessa colazione alla stessa ora di ogni mattina può essere turbato anche da una minima alterazione di questa routine, e se ciò accade è perché la sua abitudine è divenuta una proprietà la cui perdita mette in pericolo il senso di sicurezza dell’individuo.

Poniamo che un tale si rivolga a uno psicoanalista ed esordisca con la frase: «Dottore, io “ho” un problema; “ho” l’insonnia. Benché abbia una bella casa, bravi figli, un matrimonio felice, “ho” molte preoccupazioni». Qualche decennio fa, anziché dire «“ho” un problema», il paziente con ogni probabilità avrebbe detto: «“Sono” agitato»; anziché dire «“ho” l’insonnia» avrebbe detto «“non posso” dormire» e invece di «“ho” un matrimonio felice» avrebbe usato l’espressione «“sono” felicemente sposato».

Questa maniera di esprimersi, di recente introduzione, rivela l’alto grado di alienazione cui oggi siamo arrivati.

Per la maggior parte di noi, tuttavia, rinunciare all’atteggiamento dell’avere risulta troppo difficile, e ogni tentativo in questo senso ha per effetto di determinare l’insorgere di uno stato di intensa ansia, la sensazione di far gettito della sicurezza, di essere scagliati nell’oceano senza saper nuotare. Chi si trovi in questa condizione ignora che, una volta gettata via la stampella della proprietà, può finalmente cominciare a servirsi delle sue proprie forze, a camminare con le sue gambe. A trattenerlo è l’illusione che non è in grado di camminare da solo, la paura di crollare qualora non sia più sostenuto dalle cose che possiede.

Una società i cui principi sono l’acquisizione, il profitto e la proprietà determina il sorgere di un carattere sociale imperniato sull’avere e, una volta fissato il modulo dominante, nessuno desidera essere un escluso o addirittura un emarginato; per evitare tale rischio, ciascuno si adatta alla maggioranza, la quale però ha in comune soltanto il mutuo antagonismo.

La paura della morte non è effettivamente ciò che sembra, cioè il timore che la vita si arresti. La morte non ci concerne, per dirla con Epicuro, «dal momento che, finché siamo, la morte non è ancora; ma quando la morte è, noi non siamo più» (Diogene Laerzio). Certo, può esserci paura per la sofferenza e il dolore che possono precedere il decesso. Ma è una paura diversa da quella della morte. Sicché, se la paura della morte può sembrare irrazionale, così non è se la vita è sperimentata come possesso, perché in tal caso non si ha la paura della morte, bensì di «perdere ciò che si ha»: avverto la paura di perdere il mio corpo, il mio io, i miei possessi, la mia identità; la paura di affrontare l’abisso della non identità, dell’«essere perduto».

Chi ama davvero ama il mondo intero, non soltanto un individuo particolare.

Un altro esempio di godimento non accompagnato dal desiderio di possedere è dato, come si può facilmente constatare, dalla nostra reazione ai bambini piccoli. Anche in questo caso, temo che il comportamento sia frutto, in larga misura, di autoinganno, nel senso che ci compiacciamo di vederci nel ruolo di gente che ama i bambini. Ma, anche se possono esservi motivi di sospetto, ritengo che una risposta genuina, viva, ai bambini non sia affatto rara, e che almeno in parte ciò si verifichi perché, in contrasto con i sentimenti che nutrono verso gli adolescenti e gli adulti, gran parte delle persone non temono i bambini e quindi si sentono liberi di rispondere con simpatia alla loro presenza, cosa impossibile qualora si sia ostacolati da paure.