Il tempo delle mele, il film che rivelò Sophie Marceau

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Quando Il tempo delle mele, film di Claude Pinoteau che segnò il debutto di Sophie Marceau, uscì in Italia, verso la fine dell’81, io non lo vidi. Fui uno dei pochi italiani a perdermi quella roba epocale. Avevo undici anni. Nel mio paese non c’era il cinema. Stava in un paese vicino, ma non sempre i genitori possono accompagnarti.

Vidi il film in televisione, qualche tempo dopo. Quando lo vidi, avevo più o meno l’età di Vic, la protagonista di quella storia spensierata. E mi capitò una cosa curiosa. Presi una cotta per quella brunetta. Non per Sophie Marceau, l’attrice che l’interpretava. Proprio per Vic, il personaggio. Non mi era mai capitato (e non mi sarebbe più capitato) di prendermi una cotta per qualcuno che non esiste. Lo dico a mia discolpa.

La Vic di Sophie Marceau, il prototipo degli adolescenti

Ma la verità è che quella ragazzina, in fondo, esisteva. Perché era il prototipo degli adolescenti.

E in questo sta la forza del Tempo delle mele. A essere belle non sono certo le sue trame esigue o la sua musica melensa. È bella, o così mi pare a quest’età, l’adolescenza. E quel film ce la ricorda. La tira su dal fondo del tempo. Le prime emozioni. Quei fremiti. Quel nome scritto a ripetizione sulle pagine del diario. Le feste a casa di qualcuno. Quei balli. Le strusciatine. Il primo «amore». Quei discorsi sciocchi, che però erano terribilmente seri. Le gelosie. Il conflitto generazionale con i genitori. La crescita, così carica di difficoltà e di emozioni. La scuola. L’interrogazione del giorno dopo. I primi baci, mai più dimenticati.

Il tempo delle mele. Una fotografia degli anni Ottanta

Ma Il tempo delle mele non è solo un simbolo dell’adolescenza. È anche una fotografia degli anni Ottanta. I colori esagerati. Quegli arredi. Quelle atmosfere. E poi quegli oggetti. Un tuffo al cuore. Il walkman, per esempio. Quello della mitica scena delle cuffie, per intenderci. Il walkman, lo dico ai ragazzi di oggi, era un aggeggio con uno sportellino. Aprivi quello sportellino, e ci infilavi dentro una cassetta. La cassetta non era quella della frutta. Era un oggetto un po’ più piccolo, con un nastro dentro. Dopo tutte queste manovre, se premevi un bottone, usciva della musica. Più o meno come oggi, quando premi play su Spotify. Ma se il mondo è cambiato, nelle sue mode e nelle sue tecnologie, i fremiti dell’adolescenza restano quelli del Tempo delle mele.

Il successo del Tempo delle mele e il fascino di Sophie Marceau

Il film ebbe un successo enorme in Europa (e non solo in Europa). Specie in patria e in Italia. Uguale successo ebbe la sua canzone principale, quella della scena delle cuffie. Quel successo, che ha accompagnato tante adolescenze, rende evocativa quella pellicola, che si è caricata di ricordi e di cose perse nel tempo.

E poi Il tempo delle mele ferma la bellezza di Sophie Marceau nel suo fiorire.

La splendida Sophie Marceau ventisette anni dopo Il tempo delle mele.
Foto di Andrey Lunin da Flickr, CC BY-SA 2.0.

Ma, al di là della popolarità trovata, bisogna riconoscere i meriti del film. Che, nella sua leggerezza, è comunque capace di cogliere le atmosfere della prima giovinezza.

Insomma, questo è un film leggero che però si guarda con piacere. E con una lacrimuccia di nostalgia. È un po’ come certe canzoni un po’ troppo pop che ti vergogni di lodare pubblicamente e che magari la sera, a casa, quando non ti può sgamare nessuno, metti su.