I Beach Boys. Dalle prime canzoni a Pet Sounds

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C’è da chiedersi come sia possibile che i Beach Boys ingenui delle prime canzoni, i ragazzi di Surfin’ Safari e Surfin’ USA, i giovanotti che nei primi anni Sessanta facevano girare la testa alle ragazze con le loro semplici e spigliate canzoni da spiaggia, il surf, la spensieratezza di un’estate intramontabile, a pochissimi anni di distanza, nel ’66, abbiano partorito Pet Sounds, uno di quei dischi che segnano un confine e fanno la storia.

Il fatto è che quelle prime canzoni estive non erano poi così spensierate e semplici, nonostante le apparenze e il mito che le avvolge. Quei brani di successo, pubblicati a ritmi industriali, erano qualcosa di più di ciò che sembravano. La California dipinta da quelle note e da quella coralità limpida non era un luogo. Per meglio dire, non era un luogo reale. Era una terra sognata e ideale, inventata da Brian Wilson, che nemmeno sapeva dove stesse di casa il surf.

La California ideale delle prime canzoni dei Beach Boys

Brian Wilson era il leader di quel gruppo familiare, che comprendeva, oltre a Brian, i suoi fratelli Dennis e Carl, il cugino Mike Love, il più apprezzato dalle ragazze, e Al Jardine, compagno di liceo di Brian (sostituito temporaneamente, nel ’62 e per buona parte del ’63, da David Marks).

Brian Wilson era tutto il contrario di un tipo da spiaggia, sia fisicamente che caratterialmente. Era introverso e solitario. E la sua mente era popolata da quei fantasmi che di lì a poco avrebbero preso il sopravvento scaraventandolo in un lungo tunnel. Brian Wilson e Mike Love componevano e cantavano (ma cantavano tutti, essendo la coralità un tratto distintivo dei Beach Boys).

Brian era un tipo che la spiaggia e il surf se li poteva solo sognare. D’altra parte, il mondo o lo vivi o lo sperimenti. Brian lo viveva. La sua era una terra di mare tutta interiore. Per questo la California che usciva da quelle note era vera, e provocava isterie a non finire. Le prime canzoni dei Beach Boys non erano banali, ma sembravano banali. In questo stava la forza di quei dépliant vocali della mitica California.

In più Brian produceva questi brani. Affinava un’arte che andava oltre la composizione e che lo avrebbe portato, nel ’66, a esiti sconcertanti con Pet Sounds, un disco curato maniacalmente.

Il surf esaltato dalle prime canzoni dei Beach Boys. Questo sport raggiunse picchi di popolarità in California proprio nella prima metà degli anni Sessanta.
Foto di Jeremy Bishop su Unsplash.

Le prime canzoni dei Beach Boys. Tra innocenza e rock and roll

I primi cinque album (Surfin’ Safari, Surfin’ USA, Surfer Girl, Little Deuce Coupe, Shut Down Volume 2) diedero un’enorme popolarità ai Beach Boys. A guidarli era il manager Murry Wilson, che, neanche a dirlo, era il padre dei tre fratelli. Un manager autoritario, che i cinque licenziarono nel ’64, durante una seduta in sala di registrazione.

La musica che veniva fuori da questi cinque dischi era un incontro di rock and roll e intrecci vocali. Il rock and roll era ormai la nuova musica. I Beach Boys ne diedero una versione alla portata di tutti, una versione bianca, più innocente, accettabile per i conservatori. Così facendo contribuirono alla diffusione di quei ritmi giovanili.

I temi di queste canzoni, tra cui ricordiamo almeno Surfin’ Safari, Surfer Girl, Surfin’ USA, 409, Fun Fun Fun, erano piuttosto ripetitivi. La formula vincente era cantare il divertimento, il sole, le spiagge, il surf e l’acqua degli oceani. Erano canzoni fondamentalmente solari. Era un’estate sognata e non toccata. Ma era pur sempre estate.

Surfin’ Safari, che contiene alcune delle canzoni più note dei primi Beach Boys, come la title track e 409, è il primo album di Brian Wilson e compagni.

La fine dell’estate

Le canzoni dei Beach Boys che precedono Pet Sounds, alla luce della frattura che questo capolavoro impose nel ’66, sono un insieme compatto. Tuttavia, se nei primi cinque dischi il sole non tramontava, dal ’64 le ombre cominciavano a calare anche sulla mitica California.

Un accenno della vena malinconica e intimista di Brian Wilson c’era stato con In My Room, inclusa in Surfer Girl, e altrove. Ora, dal ’64, si aveva l’impressione di essere in un’estate che non era più quella cocente di luglio. Avete presente quando si è tra agosto e settembre? L’atmosfera è quella dell’estate che si avvia alla fine. L’autunno non è poi così lontano. Le giornate si fanno più corte. Un po’ di fresco s’intrufola nelle sere. Le canzoni e le bevute tra amici cominciano a profumare di nostalgia. È quasi il momento degli addii. I vacanzieri stanno per ripartire. Queste erano le sensazioni date ora dalle canzoni dei Beach Boys.

Il buio stava per calare sull’universo dei Beach Boys. Verso Pet Sounds

Era un’estate malata, quella cantata dai Beach Boys a partire dal ’64. Le ombre si allungavano. Brian Wilson scriveva e produceva con sistemi sempre più insoliti e cerebrali, e in quei brani dava l’impressione di avere nostalgia del surf e delle onde che non aveva cavalcato.

L’album All Summer Long lasciava uscire questi umori malinconici, non solo nella canzone che dava il titolo al 33 e in Wendy. L’intimismo si affacciava anche altrove, persino nella musica e negli arrangiamenti di I Get Around, il capolavoro di questa prima fase, dove spigliatezza e coralità limpida si accompagnavano a qualcosa di più profondo e inquieto. Questa canzone era uno degli ultimi voli ideali sulle spiagge della California. Il buio stava per calare.

The Beach Boys Today!, del ’65, confermò le atmosfere intimiste (Kiss Me Baby, Please Let Me Wonder ecc.). Ma si trovò ancora spazio per un paio di dischi e per le hit California Girls e Barbara Ann, cover di un brano dei Regents, quasi a voler prolungare il periodo della spensieratezza.

Pet Sounds. Il pop dei Beach Boys come arte maggiore

Brian Wilson era stanco dei tour e dei ritmi frenetici imposti dalla casa discografica. Era un artista, non un operaio delle sette note. Brian lasciò partire gli altri in tour senza di lui. Si ritirò dal mondo, e con un lavoro massacrante, fatto di una meticolosità sconosciuta al pop, con la collaborazione di Tony Asher per la parte letteraria e dei migliori turnisti, partorì le sue inquietudini. Pet Sounds, il capolavoro dei Beach Boys, il disco che influenzò i Beatles di Sgt. Pepper, fece fare al pop un balzo in avanti di molti anni. A riascoltarlo oggi suona freschissimo.

Brian si avvalse di una gamma ampissima di strumenti. Un’ampiezza singolare nella pop music. Violini, sassofono, flauto, clarinetto, clavicembalo, fisarmonica, triangolo, marimba e via dicendo.

Brian Wilson aveva capito che il pop poteva innalzarsi ad arte, che non doveva necessariamente essere qualcosa che scalasse le classifiche e monopolizzasse le radio. Si poteva applicare al pop il trattamento riservato alle arti considerate maggiori. Il non accontentarsi della prima soluzione. Rivedere, ripensare, curare il dettaglio fino all’ossessione. Tentare di licenziare un lavoro che sapesse di perfezione e di immobilità, qualcosa di compiuto, un disco che nascesse come classico. Infatti la bellezza di Pet Sounds, prima ancora che nelle singole armonie, nelle acrobazie vocali, in questo o in quel pezzo, sta in un profumo complessivo di compiutezza che era inedito per il pop. La bellezza di Pet Sounds è inquietante. Il leader dei Beach Boys uscì distrutto da questo lavoro, dopo aver messo a posto ogni tassello.

Pet Sounds. La ricerca maniacale del suono perfetto

Brian Wilson applicò il suo perfezionismo prima di tutto al suono. Fece di tutto per dargli quel carattere di unicità che è tipico dell’arte maggiore. Sonorità particolari, dai vari tipi di percussione ai campanelli di bicicletta, il passaggio del treno, gli abbai dei cani. Frammenti di registrazioni uniti, tagliati, rimescolati con singolare pazienza. Una ricerca maniacale del suono perfetto. Ma alla base di questo lavoro folle c’era l’invenzione, non la tecnologia che oggi è alla portata di tutti. Proprio la carenza tecnica costrinse alla creatività Brian Wilson, che anticipò di anni e anni quelli che altri avrebbero fatto grazie alle conquiste tecnologiche. Ed è per questo che le innovazioni di Pet Sounds restano ineguagliate, proprio perché erano in anticipo sui tempi. Lungo i trentasei minuti del capolavoro dei Beach Boys percepiamo genio e creatività, non tecnologia e marchingegni.

La copertina di Pet Sounds, con i suoi colori autunnali. I Beach Boys avevano lasciato le spiagge.

L’inquietudine di Brian Wilson

Pet Sounds è un album straordinariamente compatto. Una compattezza ravvisabile anche sul piano tematico, che lascia indovinare un cammino dall’adolescenza alla disillusione della maturità.

Pet Sounds è un album inquieto, che sprizza frammenti di disagio e di paura. Dopo questo disco, Brian Wilson si avviò alla sua leggendaria reclusione in camera da letto, tra fantasmi, droghe pesanti, cibo a non finire e il brivido della vita.

Brian Wilson era il leader del gruppo da sempre, ma Pet Sounds fu a tutti gli effetti un suo lavoro solista. Il contributo degli altri Beach Boys fu quello di incidere sulle basi le loro voci una volta rientrati dal tour.

È difficile scegliere qualche brano di questo disco, tanto è un lavoro compatto e continuo. La delicatezza da brividi di Don’t Talk, God Only Knows, Caroline, No, la canzone che chiude il 33, la preferita di Brian Wilson. Un vertice si tocca con Sloop John B, che in più strizza l’occhio alle classifiche. In Sloop John B, la compiutezza artistica e una spigliatezza più commerciale si fondono in un risultato straordinario, tra i più alti dei Beach Boys.