Frasi di Pietro Mennea

Al momento stai visualizzando Frasi di Pietro Mennea
  • Categoria dell'articolo:Frasi

Pietro Mennea è stato uno degli atleti più iconici dello sport italiano. Tra gli anni Settanta e Ottanta la sua popolarità era enorme.

Nato a Barletta nel 1952 e scomparso prematuramente nel 2013, ha saputo diventare, con la determinazione e i duri allenamenti, uno dei più grandi velocisti dell’atletica mondiale di ogni epoca. Dei suoi numerosi record e medaglie ricordiamo il primato mondiale conquistato nel 1979 a Città del Messico (rimasto imbattuto per diciassette anni) e l’oro olimpico di Mosca del 1980, entrambi nei 200 metri.

Ciò che affascina della Freccia del Sud (così veniva chiamato) è anche questo. Nonostante la sua professionalità e la forza di volontà che metteva negli allenamenti, lo sport non era tutta la sua vita. Spassosi a questo proposito sono i suoi racconti sulla sua alimentazione. Altro che dieta di uno sportivo! L’atleta pugliese, che aveva quattro lauree, dopo il ritiro si è così reinventato con naturalezza, tra insegnamento, attività politica e altro.

Di seguito riporto alcune frasi di Pietro Mennea.

Frasi di Pietro Mennea

Di mascalzoni ce ne sono, di gente che parla e non sa quello che dice anche troppa; qualcuno ha provato a buttare fango su di me perché magari poteva sembrare divertente, quando sono rientrato, distruggere un mito, ma il mio mito rimane solido, lo dimostra la mia longevità, quello che ho fatto nel passato.

Ero gracile e sentii Vittori dire a Franco Mascolo: «Questo deve prima magnà qualche bistecca, poi se ne riparla».

Troppi atleti crollano come individui quando si ritirano. Un trauma pazzesco. Invece lo sport non è stato il traguardo della mia vita, solo un momento di passaggio.

L’Italia non mi ha dato spazio. Qui c’è una mentalità piena di invidia e di gelosie per chi con merito sale in alto. Nessuno usa il successo altrui come vanto di tutti.

La gente mi vuole bene, me l’ha sempre voluto, forse perché il mio modo di interpretare l’atletica è assolutamente puro.

Lo sport insegna che per la vittoria non basta il talento, ci vogliono lavoro e sacrificio quotidiano. Nello sport come nella vita.

Mi hanno spesso dipinto come presuntuoso, arrogante, antipatico. Quando rifiutavo un invito alla Domenica sportiva perché la mattina dopo dovevo studiare, oppure rifiutavo di raccontare per la millesima volta il record del mondo o la vittoria alle Olimpiadi di Mosca.

Sono un uomo che non si sente mai arrivato, sono sempre pronto a ripartire dai blocchi.

Quando ho iniziato a correre i calzoncini me li cuciva lui [il padre sarto]. Oggi non mi entrano più, nemmeno al braccio, ma li tengo ancora. Le prime scarpe da gara le ho prese più grandi, dovevo ancora crescere, sarebbero durate.

I fallimenti devono esserci. Attenzione, mai considerare un fallimento come tale. Il fallimento va considerato come esperienza, perché anche una cosa negativa ti può portare dei risultati positivi. Io ho fallito un Olimpiade nel ’76 […], e io da quella sconfitta, da quel fallimento, da quella esperienza sono ripartito per costruire i quattro anni più belli della mia carriera agonistica. Forse, se avessi vinto in quella circostanza, non avrei vinto i due titoli europei a Praga, non avrei stabilito i dodici record a Città del Messico, tra cui il record del mondo, non avrei vinto quell’Olimpiade così come è stata vinta.