Propongo quattro canzoni di Roberto Vecchioni, uno dei maestri della canzone d’autore italiana, nato nel ’43 in Brianza.
Uno dei tratti dominanti del suo canzoniere è la preminenza della parola, una parola letteraria, ricca di rimandi culturali. Ma in Vecchioni è centrale anche il rispetto della specificità dello strumento canzone: i suoi versi chiedono rigorosamente l’amplificazione della musica. A questo si aggiunga che non è raro imbattersi in melodie orecchiabili che strizzano l’occhio al grande pubblico.
Ma più di tutto va detto che a imprimere un marchio inconfondibile a questo canzoniere è la voce profonda e cantautorale di Vecchioni, bella in sé.
Sul piano tematico, il chiodo fisso dell’artista lombardo sono il confronto con se stesso e l’esigenza di autenticità.
Questi sono quattro dei suoi brani più belli.
Luci a San Siro
Luci a San Siro è il capolavoro dell’album di debutto di Roberto Vecchioni e una delle sue canzoni più prestigiose.
Quando quell’album uscì, nel ’71, il successo era ancora lontano. Parabola, questo il titolo dell’Lp, non ebbe certo una grande diffusione. Ma Luci a San Siro si è affermata nel tempo, cantata e ricantata nei concerti. È la canzone che Francesco Guccini avrebbe voluto scrivere.
Quando Vecchioni la scrisse non aveva trent’anni, eppure la disillusione è il cardine del brano. La disillusione e la nostalgia dei vent’anni.
Luci a San Siro è tutta incentrata sul contrasto tra le illusioni di chi si affaccia all’età adulta e il tradimento di quelle aspettative. La sporcizia e i commerci del mondo della discografia spingono l’autore a rimpiangere la prima giovinezza, un’età piena di ideali, di sogni, di quella bella ingenuità che il pragmatismo e i compromessi del mondo adulto uccidono.
In Luci a San Siro Vecchioni rivive la Milano dei suoi vent’anni con gli occhi lucidi. Quella Seicento, quella ragazza, quei sogni appartengono ormai al passato.
Ninni
Con Ninni (1978) Roberto Vecchioni diede vita a una delle sue canzoni più intimiste.
In questi versi il cantautore immagina di viaggiare indietro nel tempo e di incontrare i suoi familiari e se stesso di vent’anni prima. Il brano è toccante, anche grazie all’intensità interpretativa.
Quest’incontro è per Roberto prima di tutto occasione di confronto con se stesso, con il Roberto piccolo, Ninni (il nome con cui veniva chiamato da piccolo dalla mamma). Confronto che lo porta a concludere che in fondo non è cambiato, nonostante le mille strade attraverso cui la vita lo ha condotto. L’importanza di essere autentici, di essere fedeli a se stessi, di non diventare come ci vogliono gli altri è una costante di questo canzoniere e trova in Ninni una delle sue espressioni più riuscite e poetiche.

Sogna ragazzo sogna
Sogna ragazzo sogna apre l’album omonimo del ’99 ed è una delle canzoni più conosciute di Roberto Vecchioni. Al Festival di Sanremo del ’24 Alfa e il suo autore la riproposero in coppia, strappando applausi e dandole nuova vita. Il brano raggiunse così una nuova generazione di ragazzi.
E proprio ai ragazzi, come annuncia il titolo, la canzone è rivolta. Ai ragazzi di vent’anni e a quelli di cento, perché la giovinezza, quella vera, è al di qua dell’anagrafe.
Questo brano uscì dalla penna di Vecchioni quando il cantautore andò in pensione dopo trentott’anni di insegnamento nei licei e pensò a questo lascito in musica per i suoi ragazzi.
Sogna ragazzo sogna è un invito a vivere la propria vita. A seguire la propria strada senza lasciarsi deviare dai giudizi di chi vuol passare per vincente e vincente non lo è per nulla. Questa canzone invita a non uniformarsi alle maggioranze, a volare alto, a essere creativi, a cercare la vita dentro di sé, non nei modelli imposti dalla società:
E ti diranno parole
rosse come il sangue, nere come la notte,
ma non è vero, ragazzo,
che la ragione sta sempre col più forte;
io conosco poeti
che spostano i fiumi con il pensiero,
e naviganti infiniti
che sanno parlare con il cielo.
E parole come quelle che seguono sono tra le più potenti del canzoniere di Vecchioni. Parole che ci parlano della grandezza della vita, che si contrappone alla piccolezza dei finti regni imposti dalla società, perché «nessun regno è più grande / di questa piccola cosa che è la vita»:
E la vita è così forte
che attraversa i muri per farsi vedere;
la vita è così vera
che sembra impossibile doverla lasciare;
la vita è così grande
che quando sarai sul punto di morire
pianterai un ulivo,
convinto ancora di vederlo fiorire.
Viola d’inverno
Viola d’inverno non è una delle canzoni più popolari di Roberto Vecchioni ma è per certo una delle sue più belle. Uscì nel 2002, contenuta nell’album Il lanciatore di coltelli.
Poche cose della canzone italiana parlano della morte con i tocchi di verità di questo brano.
Il clima assorto e il sapore d’infinito di Viola d’inverno sono indimenticabili, mescolati alla malinconia del distacco.
L’autore riesce a esprimere tutta la naturalezza della morte, il suo essere parte della vita:
Arriverà che fumo
o che do l’acqua ai fiori,
o che ti ho appena detto:
«Scendo, porto il cane fuori»
[…]
La morte, quando arriva, rende insignificanti tutte le cose della nostra vita. Solo l’amore non finisce quando chiudiamo gli occhi. Canta Vecchioni:
E allora penserò
che niente ha avuto senso
a parte questo averti amata,
amata in così poco tempo
[…]
Così Viola d’inverno è anche una splendida canzone d’amore. Perché l’amore e la morte, in fondo, sono le due facce della stessa medaglia.