Stranger in Moscow. Michael Jackson e la solitudine

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Dice Chris Willman del «Los Angeles Times» a proposito di Stranger in Moscow di Michael Jackson: «Jackson immagina di essere solo e alla deriva in un’inquietante Russia dell’era pre-glasnost, braccato da un invisibile Kgb: “Here abandoned in my fame, Armageddon of the brain” canta con tono cupo e austero nelle strofe, prima che, dopo quattro minuti, si scateni un’estesa coda e la vittima improvvisamente perda la propria compostezza per iniziare a lamentarsi della sua solitudine desolata e inconsolabile. È qui, in questa canzone, che alberga il vero genio, e forse la vera personalità, di Michael Jackson».

Stranger in Moscow, canzone dell’album HIStory, pubblicata come singolo il 4 novembre del ’96, è un inno alla solitudine, un brano malinconico, che rappresenta uno degli ultimi successi commerciali di Michael Jackson. La star che nell’83 e nell’84 aveva mandato in tilt tutte le classifiche con Thriller era lontana. Eppure il non trascurabile successo di vendite di Stranger in Moscow, probabilmente, è stato uno dei più graditi da Michael Jackson, che amava molto questa canzone, che è, con le parole di Fred Shuster del «Los Angeles Daily News», «una lussureggiante, splendida ballata in tono dimesso» e, con Patrick Macdonald del «Seattle Times», «una bella ballata cosparsa con il suono della pioggia». In ogni caso, una canzone piena di solitudine.

Michael Jackson
Murale che raffigura Michael Jackson.

La solitudine di una vita

Il successo, si sa, si paga a caro prezzo. Tutto ha un costo, e la fama senza precedenti di Michael Jackson non poteva non avere prezzi carissimi. Il prezzo della solitudine estrema. Il prezzo della mancanza di privacy. Quello di avere intorno un mare di gente che cercava di sfruttarlo. Il prezzo di essere accusato delle cose peggiori. E soprattutto il prezzo dell’infanzia negata.

Michael nacque nell’agosto del ’58 a Gary, in Indiana, da una famiglia povera e numerosa. Ottavo di dieci figli, con un padre severo che cercava di porre rimedio ai suoi disagi economici sfruttando il talento musicale dei figli.

Michael e i suoi fratelli furono imbarcati in una situazione più grande di loro. I Jackson 5 erano un’occasione di riscatto per l’inflessibile genitore. Ma erano anche un inferno per queste piccole star, che calcavano i palcoscenici e rinunciavano all’infanzia e all’adolescenza.

Si sa, il successo è il successo, con i suoi profumi e le sue eccitazioni. Ma tutto ha un prezzo. Un prezzo proporzionato al successo.

La solitudine patita da Michael nell’infanzia è rimasta una costante della sua vita. L’uomo di fama vive in una prigione dorata. E la fama senza precedenti di Michael Jackson rese quella prigione asfissiante. Circondato da guardie del corpo, medici, finti amici. Circondato dalla solitudine.

Lo acclamavano folle oceaniche. Alla sua morte prematura il web rallentò a causa della mole sproporzionata di messaggi di cordoglio. Eppure quest’uomo era solo. Una solitudine con cui era entrato in confidenza nei giorni dell’infanzia.

Affacciato a una finestra, in un hotel di Mosca

Una solitudine che con tutta la sua forza venne fuori in Stranger in Moscow, uno dei brani più acclamati dalla critica e uno dei più sentiti da Michael Jackson. Una canzone colma di malinconia. Era a Mosca, Michael, quando inventò questo brano. Chiuso in una stanza d’hotel, nel bel mezzo del tour. Affacciato alla finestra. Era settembre. Era il ’93. Pioveva. Contemplare Mosca da una finestra già di per sé predispone l’animo alla malinconia. La Russia e la sua cupezza. Il pensiero ai suoi inverni lunghi. Ai suoi silenzi e ai freddi agghiaccianti.

Una folla lo acclamava, ai piedi dell’hotel. La gente da una parte, Michael dall’altra, affacciato a quella finestra. In mezzo, barriere insormontabili. Perché l’idolo della folla non è uno della folla. Vive in un mondo suo, protetto.

La sensazione di solitudine era rafforzata dalle accuse di pedofilia. Michael Jackson, in quei giorni, veniva dato in pasto all’opinione pubblica. Alcuni giornalisti pilotavano informazioni e interviste per soddisfare la curiosità dei lettori. Erano in molti a essere indifferenti alla sua sofferenza e alla sua perdita di reputazione. E poi le condanne frettolose. Molti indicavano Michael Jackson come un cattivo esempio. Le folle lo acclamavano, ma tanti lo infamavano e condannavano. Michael si sentiva solo e impotente come non mai.

Stranger in Moscow. Tutte le solitudini di Michael Jackson

Queste accuse, la solitudine patita durante tutta la sua vita, la distanza tra la sua finestra dorata e i fan, l’atmosfera e le solitudini di Mosca sfociarono in Stranger in Moscow. Un synth pop che profumava di anni Ottanta. Un rhythm and blues. Un brano lento, uno dei più lenti della carriera di Michael Jackson. Immagini incisive e ispirate («le belle giornate di sole erano lontane», «abbandonato qui nella mia fama», «il Kgb mi stava pedinando»). E poi un video iconico in bianco e nero, dominato dalla solitudine, dalla pioggia, dalla desolazione.